Monografia di Michael Mann. Parte 6- Analisi L’ultimo dei Mohicani

In Analisi film, Cinema, Michael Mann, Tomàs Avila by Tomas AvilaLeave a Comment

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Regia: Michael Mann.
Soggetto: dal romanzo “L’ultimo dei Mohicani” di James Fenimore Cooper.
Sceneggiatura
: Michael Mann, Christopher Crowe.
Colonna sonora: Trevor Jones, Randy Edelman.
Direttore della fotografia: Dante Spinotti.
Montaggio: Dov Hoenig, Arthur Schmidt.
Produttore: Morgan Creek Entertainment.
Anno: 1992.
Durata: 112’.
Paese: USA.
Interpreti e personaggi: Daniel Day-Lewis (Nathaniel “Occhio di Falco), Madeleine Stowe (Cora Mundro), Russell Means (Chingachgook), Eric Schweig (Uncas), Jodhi May (Alice Munro), Steven Waddington (Maggiore Duncan Heyward), Wes Studi (Magua).

Conclusi i progetti televisivi di Miami Vice e Crime Story, a sei anni di distanza dal suo ultimo film per il cinema, Manhunter, e a tre dal film per tv L.A. Takedown, Mann aveva raggiunto una certa notorietà, che gli permise di dedicarsi a un nuovo lungometraggio cinematografico estremamente ambizioso: l’adattamento del celebre romanzo L’ultimo dei Mohicani, di James Fenimore Cooper.

Occhio di Falco è un giovane bianco cresciuto nella tribù dei Mohicani, di cui Chingachgook e suo figlio Uncas sono gli ultimi superstiti. Il maggiore Heyward accompagna a Forte Henry Cora e Alice, figlie del colonnello Munro. La loro guida è Magua, un Urone che si finge fedele, ma è in realtà venduto ai Francesi. (da Filmtv)

Indice:
Differenze dal libro e dagli altri adattamenti
Neo-Western o proto-western 
Il realismo Manniano 
Tra classicismo e modernismo: the Mann touch 
Conclusioni
Bibliografia e sitografia

 

DIFFERENZE DAL LIBRO E DAGLI ALTRI ADATTAMENTI 

Trattandosi di un classico della letteratura americana, il romanzo di Cooper era già stato adattato più volte per il cinema. Per la precisione, prima del film di Mann, erano state realizzate già sette trasposizioni cinematografiche e tre televisive, tra cui una animata.
Insomma, il testo originale era già stato manipolato e modificato più volte ma di tutte le versioni, una in particolare aveva colpito Mann: Il Re dei Pellirosse di George B. Seitz e Randolph Scott, del 1936.
Il regista ha specificato in un’intervista di non aver letto il libro in gioventù ma di aver visto il film di Seitz e Scott quando era un bambino, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale: “recentemente ho pensato che potrebbe essere il primo film che ho visto e che mi ha impressionato”[1].

L'ultimo dei mohicani

Locandina de “Il Re dei Pellirossa”, di George B. Seitz e Randolph Scott, 1936.

Così Mann acquistò i diritti della sceneggiatura del film del 1936 (firmata da Philip Dunne) e si presentò alla Fox dicendo di voler girare un nuovo adattamento de L’ultimo dei Mohicani in chiave realistica[2]. Forte del successo ottenuto fino ad allora, i produttori accettarono la proposta del regista.

Mann, che scrisse insieme a Christopher Crowe la sceneggiatura del film, prese spunto inizialmente dal romanzo di Cooper, prendendone presto però le distanze. Non ha mai nascosto infatti il suo scarso apprezzamento per il libro e la sua antipatia per l’autore: “Non è un gran bel libro, James Fenimore Cooper possedeva grandi proprietà immobiliari nel 1825, quando scrisse il libro. Quindi il romanzo è quasi una giustificazione per la conquista di quelle terre… che gli Euro-Americani saranno dei migliori amministratori delle ricchezze che Dio ha concesso agli Indiani d’America. E questo, chiaramente, non era il punto di vista degli Indiani d’America”[3].
A ulteriore conferma dell’antipatia del regista verso Cooper, da lui considerato un razzista che non aveva affatto compreso la cultura degli Indiani, il personaggio del Maggiore Heyward nel film non è come quello del libro ma è basato proprio su Cooper che, come ricorda Mann “credeva nelle gerarchie statiche, una specie di armonia politica: se le persone e le classi stavano al loro posto, c’è armonia; se non lo fanno, ci sono problemi”[4].

Oltre ad essersi preso la sua personale vendetta, fondendo lo scrittore e il personaggio del Maggiore Heyward, Mann ha eliminato tutte le componenti razziste del romanzo. Per esempio Occhio di Falco nel libro sottolineava continuamente il fatto di non essere un sangue misto, mentre nel film viene eliminata questa sua fierezza di essere un europeo.
Allo stesso modo la rappresentazione degli Indiani è completamente diversa da quella di Cooper ma anche da quella degli altri film ispirati al romanzo.

L'ultimo dei mohicaniMann, in sostanza, prese spunto più che altro dalla sceneggiatura di Dunne, cambiandola ovviamente in diversi passaggi, tra i quali il finale, e deprivandola del sottotesto politico, fortemente legato al contesto storico del 1936. La seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata tre anni dopo e il clima politico negli Stati Uniti era già molto teso, “un paese in depressione e allo stesso tempo che guardava gli eventi in Asia ed Europa. La visione era isolazionista […] In più c’era un forte sentimento anti britannico tra gli isolazionisti”[5].
Dunne cercò chiaramente di realizzare una metafora di quel periodo e Occhio di Falco, inizialmente rappresentazione dell’isolazionismo e dell’individualismo americano, alla fine si arruolava al fianco degli inglesi.

Mann non solo eliminò questo sottotesto ma non volle proprio cercare di dar vita a una trasposizione che fosse una metafora degli anni ’90, concentrandosi invece sulle origini degli Stati Uniti, sul mito della frontiera e sulle popolazioni autoctone che raramente hanno ricevuto un adeguato trattamento sul grande schermo.

 

NEO-WESTERN E PROTO-WESTERN 

Più volte ho sottolineato, nel corso di questa monografia, come l’opera di Mann sia un ponte tra le tre grandi epoche del cinema americano: quella classica, quella moderna e quella postmoderna.
Chiaramente L’ultimo dei Mohicani non fa eccezione ma anzi rende ancora più evidente questo aspetto, perché ha permesso al regista di confrontarsi con il genere americano per eccellenza, quello che forse ha saputo meglio interpretare e descrivere i cambiamenti degli Stati Uniti nel corso degli anni: il western.

Gli spietati

Locandina de “Gli Spietati”, di Clint Eastwood, del 1992.

Mann arriva dopo il western classico di Ford, quello degli indiani cattivi, dopo il cambio di prospettiva e il revisionismo del western moderno di Soldato Blu e Il piccolo grande uomo, dopo la violenza e la rivoluzione apportata al genere da Peckinpah (da sempre uno dei punti di riferimento del regista).
Dopo il decennio degli anni ’80, quello del cinema raeganiano, in cui più che il western (a parte rare eccezioni come I cavalieri dalle lunghe ombre di Walter Hill), ad andare per la maggiore era l’azione pompata e nazionalista dei vari Chuck Norris, Schwarzenegger e Stallone, il western sembrò tornare in primo piano con Balla coi lupi del 1990, L’ultimo dei Mohicani e Gli Spietati del 1992.

È superfluo sottolineare l’importanza epocale de Gli Spietati, film di Eastwood che è un punto di non ritorno per il western, una pietra tombale che segna il tramonto degli eroi classici.

Mann sceglie un percorso diverso rispetto ai film di Eastwood e Costner, all’insegna del realismo della rappresentazione storica (cosa per cui Russell Means, fondatore dell’American Indian Movement, che nel film di Mann interpreta Chingachogook, criticò Balla coi lupi[6]).

Per prima cosa colpisce la collocazione temporale della vicenda: raramente nei western americani si torna così indietro nel tempo, è difficile trovare film del genere ambientati prima della guerra di secessione.
Mann sceglie invece il periodo della Guerra dei Sette Anni (1756-1763), in particolare della Guerra franco-indiana, il versante nordamericano della Guerra dei Sette Anni. Prima della conquista del West, prima dell’invenzione della locomotiva, uno dei simboli del western.
La Guerra dei Sette Anni, che come sottolinea Mann potrebbe essere considerata la prima vera guerra mondiale, permette al regista di raccontare le origini del mito della frontiera, le origini degli Stati Uniti.

L'ultimo dei mohicani

Convivenza tra Indiani ed Europei.

Si pensi a casi recenti di film che hanno cercato di trattare questo tema, quello delle origini degli USA: nel 2002 Martin Scorsese ha ambientato Gangs of New York durante la Guerra di Secessione, Tarantino con The Hateful Eight ha optato per qualche anno dopo la Guerra di Secessione.
Insomma si può capire come nell’immaginario americano sia quello il punto di partenza, il momento dal quale cominciare a raccontare la storia dell’America.

Mann torna indietro nel tempo realizzando quello che di fatto è un proto-western, un western precedente alla conquista del West che mostra come poi si sarebbe arrivati alle tematiche care al genere.
Le narrazioni della frontiera partono da qui, come fa ben intendere Chingachogook , l’ultimo dei Mohicani, rivolgendosi a Occhio di Falco nel finale dell’edizione estesa del film: “La frontiera si muove con il sole e spinge l’Uomo Rosso di queste foreste selvagge di fronte ad esso, fino a quando un giorno non ci sarà più nulla. Allora la nostra gente non ci sarà più o non saremo noi […] La frontiera è per le persone come il mio figlio bianco, la sua donna e i loro figli. E un giorno non ci sarà più la frontiera. E anche gli uomini come te non ci saranno più, come i Mohicani. E nuove persone verranno, lavoreranno, lotteranno. Alcuni faranno la loro vita. Ma una volta, noi eravamo qui”[7].

L'ultimo dei mohicaniQuello che Mann cerca di fare è rendere omaggio alle popolazioni indigene che hanno abitato il territorio americano prima dell’arrivo degli europei e mostrare come, in un primo periodo, indiani ed europei convivessero pacificamente, prima che ciò diventasse impossibile quando “l’avarizia per le pellicce e i terreni venne alimentata dall’ondata di immigrazione europea”[8].
E il regista riesce nell’intento, senza ricorrere alla retorica melensa e furba di film come The Revenant, bensì mostrando la civiltà indiana nel modo più realistico possibile, come vedremo in seguito nel paragrafo dedicato al realismo.
Ciò non impedisce di rappresentare dei personaggi indiani negativi.
Il principale antagonista, Magua, è un indiano ma Mann, a differenza del romanzo di Cooper, dà una motivazione a tanta crudeltà: Magua è un personaggio in cerca di vendetta. Inoltre è la perfetta rappresentazione di quegli indiani che si sono lasciati contaminare e vincere dalla mentalità europea, come gli rinfaccerà Occhio di Falco nel corso del film.

L'ultimo dei mohicaniInteressante è ciò che ha detto lo stesso Mann riguardo a delle azioni particolarmente crudeli e cruente compiute nel film dagli indiani: “Una delle cose più difficili per il film è comunicare come le culture, le usanze e i valori siano relativi. Per esempio, non sarebbe stato considerato crudele o ingiusto torturare a morte qualcuno che era stato catturato. Trasmettere questa relatività culturale e addentrarci etnocentricamente all’interno della cultura indiana, attraverso Occhio di Falco, è per me una delle sfide più difficili per il film”[9].
Quindi, ancora una volta, il regista segue il suo singolare modo di fare cinema. L’ultimo dei Mohicani è a tutti gli effetti ascrivibile ai neo-western usciti tra gli anni ’80 e ’90 ma allo stesso tempo riprende un tono epico tipico dei capisaldi del western classico, diventando addirittura un pre-western che indaga le origini del mito della frontiera.

L’epicità del film di Mann sta nel racconto di un fatto storico estremamente importante, la Guerra dei Sette Anni nel suo versante americano.
I toni sono quelli dei grandi film storici del passato, dei Kolossal (nonostante la durata non sia così estesa) e viene perfettamente restituita l’idea della grandezza e dell’epica della guerra.
L'ultimo dei mohicaniTuttavia il regista è stato ancora più ambizioso, volendo strutturare la pellicola su tre piani.
Il primo è quello già accennato della Guerra dei Sette Anni.
All’interno di questo contesto, vengono raccontate le storie di singoli personaggi che si intersecano con la Storia.
A questi due livelli viene aggiunto un terzo, con cui si torna all’epos e alla Storia con la “S” maiuscola: la scomparsa dei Mohicani da cui prende il nome il film. Ancora più che l’ambientazione bellica, è il racconto della scomparsa di una popolazione e della fine di un’epoca a rendere grandioso il film di Mann. E, come viene lasciato intuire, anche la scomparsa di questi territori dominati dalla natura, temuta dagli europei, ma rispettata e venerata dagli indiani che ci si muovono attraverso con disinvoltura.

 

IL REALISMO MANNIANO 

Come sempre, è impossibile non dedicare un paragrafo alla ricerca del realismo che caratterizza tutta l’opera del regista, da La corsa di Jericho a Blackhat.
È questo ciò che principalmente distingue il film dai precedenti adattamenti del romanzo di Cooper e da pellicole come Balla coi lupi.

L'ultimo dei mohicaniPartiamo parlando della fedeltà nella rappresentazione degli indiani.
In primo luogo gli attori: non più gli indiani interpretati da attori americani ma veri discendenti dei nativi americani. Si pensi al già citato Russel Means, uno dei leader dell’American Indian Movement, o a Wes Studi (che interpreta Magua) che fino alle superiori parò soltanto la lingua cherokee.
La scelta del cast come al solito è curatissima, anche per i personaggi secondari.
“Erano veri indiani assunti in tutta l’America del Nord. È stata fatta una ricerca molto precisa, le divisioni delle tribù erano storicamente corrette. Gusmano si occupava di ogni minimo dettaglio”[10]
In secondo luogo “lo scrupolo documentario di Mann va in egual modo sia alla resa delle suppellettili, gli accessori necessari per affrontare la durezza della vita nel Nuovo Mondo”[11] e quindi gli utensili, le armi e poi le tattiche di combattimento dei nativi americani come degli eserciti inglesi e francesi. Tutte le armi sono state ricostruite manualmente e differenziate in base alle diverse etnie indiane.

L'ultimo dei mohicaniInfine grande attenzione è stata dedicata “alla tradizione orale, il linguaggio metaforico, i codici comportamentali, la religiosità panteista, l’autorità dell’esperienza […], l’arte di leggere il ‘libro della natura’, l’affinata sensibilità per i dettagli”[12].
Ovviamente poi è stata altrettanto maniacale la preparazione degli attori protagonisti. Daniel Day-Lewis si allenò per mesi a correre nella foresta e a utilizzare le armi (partendo da quelle moderne per arrivare a quelle dell’epoca) così come gli altri attori.

Il perfezionismo di Mann è paragonabile a quello del regista perfezionista per eccellenza: Kubrick. Sono conosciutissimi gli aneddoti riguardo a quante volte Kubrick facesse rigirare certe scene per dettagli apparentemente insignificanti ma per lui fondamentali. Allo stesso modo, per esempio, “la scena in cui un indiano trascina le ragazze con un laccio, come tirava quel laccio l’indiano ci perdemmo un’ora”[13].
Mann aveva scelto tra l’altro il direttore della fotografia di Full Metal Jacket, che venne poi sostituito da Dante Spinotti. E se si dovesse azzardare un parallelismo tra L’ultimo dei Mohicani e un film di Kubrick, senz’altro la scelta ricadrebbe su Barry Lindon, non solo per il fatto di essere un film storico ma proprio per il perfezionismo maniacale nella ricostruzione di un’epoca passata, prendendo principalmente ispirazione dai pittori di allora, come vedremo in seguito.

L'ultimo dei mohicaniUn altro esempio, ancora più impressionante, del controllo totale che Mann vuole avere sulla scena è il fatto che la valle in cui avviene il combattimento centrale tra gli inglesi e gli indiani venne coltivata 3-4 mesi prima del film per far sì che in mezzo all’erba verde spuntassero dei fiori arancioni, creando un contrasto tra il massacro e la vallata splendida come un giardino[14]. Un po’ come fece Hitchcock con il condominio di La finestra sul cortile, creato apposta per l’occasione. L’approccio di Mann è sempre volto al realismo ma quando manca qualcosa è disposto a modificare e plasmare la realtà del film.
Sempre a proposito, le splendide ambientazioni naturali sono per la maggior parte quelle delle Blue Ridge Mountains in Nord Carolina[15], nonostante il film sia ambientato nello stato di New York.

L'ultimo dei mohicani

La profondità di campo in Mann.

Per chiudere il paragrafo sul realismo è interessante tracciare una linea di continuità che unisce i due film d’epoca di Mann: L’ultimo dei Mohicani da una parte e Nemico Pubblico dall’altra.
Come vedremo nell’articolo dedicato al film del 2009, la ricerca del realismo da parte del regista, col passare del tempo e soprattutto con l’arrivo delle tecnologie digitali, diventerà sempre più estrema, portando a uno stile unico e fortemente sperimentale, volto non a rappresentare un’epoca storica in modo patinato e ricostruito ma a trasportare lo spettatore all’interno di quel mondo.
Se qui ancora, merito della pellicola, siamo davanti a un film storico che potremmo considerare classico, con Nemico Pubblico Mann darà vita a qualcosa di assolutamente innovativo e probabilmente mai visto prima, sfruttando le caratteristiche tipiche dell’estetica del video digitale.

 

TRA CLASSICISMO E MODERNISMO: THE MAN TOUCH 

Cerchiamo infine di dare, come sempre, qualche coordinata che ci permetta di comprendere lo stile registico di Mann.

L'ultimo dei mohicani

Effetto Bokeh in alto, profondità di campo estrema in basso.

Come molti hanno affermato, lo stile del regista è definibile neo-classico. Mancano i virtuosismi fine a sé stessi, manca il metacinema tipico del cinema moderno. Quello che interessa a Mann è la storia che sta raccontando e in base alla particolare storia, adatta il suo stile e la regia, in modo che sia funzionale alla narrazione.
Nonostante ciò, si possono chiaramente individuare delle caratteristiche e dei tratti che ritornano nella sua filmografia.

Come in ogni western che si rispetti (con qualche rara eccezione come The Hateful eight), abbondano i campi lunghi e lunghissimi che esibiscono i maestosi paesaggi del Nord Carolina e immergono i personaggi all’interno delle ambientazioni. Da questo punto di vista Mann guarda chiaramente al cinema classico, del quale non si dimentica mai.
Prima ho accennato alle influenze pittoriche, Mann ha specificato di non essersi ispirato ai disegni di N.C. Wyeth’s che accompagnano l’edizione Scribner Classics di L’ultimo dei Mohicani, perché si trattava di un pittore del XX secolo, quindi troppo lontano dall’epoca in cui il film è ambientato. Le principali fonti d’ispirazione sono state i pittori di paesaggi del XIX secolo (come Thomas Cole e Albert Bierstadt) e diversi ritratti del XVIII secolo.

Albert Bierstadt

Le montagne rocciose, cima di Lander, Albert Bierstadt, 1863.

Sempre alla ricerca del realismo, Mann era interessato a capire come gli artisti dell’epoca vedessero i paesaggi dove è ambientata la storia, perché non esistono più e quindi è impossibile avere altre testimonianze[16].

Se quindi l’utilizzo dei paesaggi è classico, tutta la modernità di Mann esplode nelle scene d’azione, estremamente dinamiche e movimentate, grazie all’utilizzo della macchina a mano e della steadicam, come sempre accompagnate dai ralenti alla Packinpah.

È interessante inoltre notare l’utilizzo di inquadrature con un effetto bokeh molto spinto, in cui a fuoco è soltanto un elemento, tipicamente il volto di un personaggio, e lo sfondo è completamente fuori fuoco per permetterci di concentrarci sulla psicologia e le emozioni dei personaggi, alternate alle inquadrature in cui invece la profondità di campo è così estrema che tutti gli elementi presenti sullo schermo sono a fuoco.

thomas cole

View of the Round-Top in the Catskill Mountains, Thomas Cole, 1827.

Già da qui si può rintracciare il tentativo di Mann di rendere tutto visibile, mettendo a fuoco gli elementi in primo piano come quelli sullo sfondo. Questa caratteristica è fondamentale e si svilupperà coi film successivi, arrivando al suo apice con le sue opere in digitale come Collateral, Miami Vice e Nemico Pubblico, in cui, grazie appunto alle tecnologie digitali, riuscirà a dar vita a riprese impossibili in pellicola.

Ovviamente anche tutti gli altri aspetti tecnici del film sono degni di nota. A partire dalla splendida fotografia del fedele collaboratore Dante Spinotti, che riesce a rendere al meglio le già bellissime ambientazioni, passando a un montaggio di una precisione millimetrica, specialmente nelle scene di battaglia, costruite in modo da dare un ritmo ben preciso, arrivando all’indimenticabile colonna sonora di Trevor Jones e Randy Edelman che è entrata nella storia.

 

CONCLUSIONI 

L’ultimo dei Mohicani è un film fondamentale all’interno della filmografia del regista. Probabilmente, nonostante sia stato uno dei suoi maggiori successi al botteghino, non ha avuto l’importanza storica di altre sue opere che hanno influenzato profondamente il cinema degli ultimi trent’anni.
Resta in ogni caso un tassello fondamentale per comprendere l’opera di Mann, dal quale fuoriesce più che mai l’influenza del cinema americano classico e la volontà di rielaborarlo secondo il suo personale punto di vista.

Il film, costato circa 40 milioni di dollari, incassò oltre 75 milioni solo negli USA, diventando il diciassettesimo maggior incasso del 1992 negli Stati Uniti.

 

Scritto da: Tomàs Avila.

 

 

Bibliografia e Sitografia

-Borri A., Michael Mann, Edizioni Falsopiano, Alessandria, 2000
-Estratto di Making Some Light, una di una serie di interviste contenute nel libro Projections: A Forum For Film-Makers, http://www.mohicanpress.com/mo06053.html
-Michael Mann Looks Back on ‘The Last of the Mohicans’ 20 years later, Uproxx, https://uproxx.com/hitfix/michael-mann-looks-back-on-the-last-of-the-mohicans-20-years-later/
https://en.wikipedia.org/wiki/Dances_with_Wolves
https://en.wikiquote.org/wiki/The_Last_of_the_Mohicans_(1992_film)

 

 

NOTE:

[1] Estratto di Making Some Light, una di una serie di interviste contenute nel libro Projections: A Forum For Film-Makers, http://www.mohicanpress.com/mo06053.html

[2] Ibidem.

[3] Michael Mann Looks Back on ‘The Last of the Mohicans’ 20 years later, Uproxx, https://uproxx.com/hitfix/michael-mann-looks-back-on-the-last-of-the-mohicans-20-years-later/

[4] http://www.mohicanpress.com/mo06053.html

[5] Ibidem.

[6] “Remember Lawrence of Arabia? That was Lawrence of the Plains. The odd thing about making that movie is, they had a woman teaching the actors the Lakota language. But Lakota has a male-gendered language and a female-gendered language. Some of the Indians and Kevin Costner were speaking in the feminine way. When I went to see it with a bunch of Lakota guys, we were laughing.” Da https://en.wikipedia.org/wiki/Dances_with_Wolves

[7] “The frontier moves with the sun and pushes the Red Man of these wilderness forests in front of it until one day there will be nowhere left. Then our race will be no more, or be not us.” E “The frontier place is for people like my white son and his woman and their children. And one day there will be no more frontier. And men like you will go too, like the Mohicans. And new people will come, work, struggle. Some will make their life. But once, we were here.” Da https://en.wikiquote.org/wiki/The_Last_of_the_Mohicans_(1992_film)

[8] http://www.mohicanpress.com/mo06053.html

[9] Ibidem.

[10] Borri A., Michael Mann, Edizioni Falsopiano, Alessandria, 2000, p. 159.

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 158.

[14] Ibidem.

[15] Per un elenco più dettagliato delle locations: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Last_of_the_Mohicans_(1992_film)#Locations

[16] http://www.mohicanpress.com/mo06053.html