Italian Horror Story: Mario Bava

In Cinema, Mario Bava, Molly Jensen, Speciali by Molly Jensen

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Mario Bava, figlio di Eugenio Bava, cineasta anch’esso e artista, si è sempre definito un artigiano più che un regista: per Bava il cinema è il trucco e l’illusionismo, si diverte a stupire il pubblico con effetti mirabolanti sia fotografici che speciali.

Una filosofia molto particolare, quella di Bava, considerando il periodo in cui avvia la sua produzione, in aperto contrasto con quella del Neorealismo che vuole a tutti i costi “trarre dalla realtà” e della Nouvelle Vague: secondo Bava il film nasconde un illusione dietro e pertanto necessita d’essere costruito (concetto di Lynciana memoria emblematico in Mulholland Drive: “It’s all a tape, it’s just an illusion”).

In genere Bava ha sempre negato ogni lettura autoriale delle proprie opere, facendosi beffa dei critici, specialmente dei francesi figli dei Cahieurs du Cinema. Curioso l’episodio in cui, in seguito a una domanda posta da qualche critico d’oltralpe sul motivo della chiusa circolare di Sei donne per l’assassino, Bava si mise a ridere affermando di “non ricordarsi nemmeno la fine del film”.

Si vantava invece della manualità dei propri lavori: Bava non si è mai considerato autore, sono stati gli esteri, secondo lui, a consacrarlo tale, affermando d’essere solo un regista di paura e trucchi, autodenigrandosi e ostinandosi a fare produzioni in un contesto basso, all’interno di un cinema destinato a un consumo popolare.

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In realtà, nonostante la sua ostinazione a definirsi non-autore e regista di genere e b-movie, ha codificato volente o nolente i due filoni del thriller (consacrato poi da Dario Argento con L’uccello dalle piume di cristallo) e dell’horror gotico.

Capostipite del cinema di genere italiano, esordisce come direttore della fotografia in due corti di Rossellini (La vispa Teresa e Il tacchino prepotente) ma è grazie a I Vampiri di Riccardo Freda che riesce a farsi notare: il film è infatti diventato un cult grazie ai trucchi di Bava che manipola magistralmente la fotografia con effetti ottici, come succede nella sequenza dell’invecchiamento di una donna che avviene senza stacchi.

 

I Periodo 

  • La maschera del demonio, 1960
  •  La ragazza che sapeva troppo, 1963
  • I tre volti della paura, 1963

 

LA MASCHERA DEL DEMONIO, 1960  

La svolta avviene però con La maschera del demonio nel 1960, primo film gotico che si rifà proprio a I Vampiri con protagonista Barbara Steele. Bava, in grado di creare meraviglie con materiali da quattro soldi, mostra trucchi scenici mirabolanti che incantano i cinefili d’oltralpe, i quali ne riconoscono la novità tematica e tecnica.

la maschera del demonio

Fondandosi sull’ambivalenza tra orrore e attrazione erotica, paura e desiderio, fascinazione e repulsione data da un inquetantissima Barbara Steele interprete della strega Asa (come non rammentare la sua figura che si staglia contro le rovine della chiesa con gli alani al guinzaglio?), la pellicola, tecnicamente parlando, abbonda di innovative oggettive senza oggetto e piani sequenza; lo sguardo dello spettatore, privo del filtro del personaggio, viene catturato dalla fluidità del movimento e condotto a vedere l’irreale dove la cessione dello sguardo segnala sempre l’irruzione nel fantastico. Ad essa contribuisce lo zoom che evidenzia l’irruzione nell’orrore, rendendo fulminea e perentoria l’azione.

la maschera del demonio

Altra innovazione azzardata è da attribuirsi nella rappresentazione dell’orrore stesso: sfidando in maniera abbastanza plateale la censura del periodo, Bava non si fa troppi problemi a portare in scena teschi, cadaveri decomposti, delitti e quant’altro.

Causa forse il pregiudizio, la critica italiana boccia vistosamente il film di Bava che viene invece valorizzato per la mise en scene proprio dalla critica francese: La maschera del demonio viene consacrato a cult movie e molti dei temi preponderanti nella pellicola verranno ripresi da altri in più occasioni, così come la sua interprete, Barbara Steele.

 

LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO, 1963

Con La ragazza che sapeva troppo Bava codifica il filone del thriller italiano: facendo il verso a Sir Alfred (L’uomo che sapeva troppo), insieme a La maschera del demonio e Sei donne per l’assassino, questo è senza dubbio il film che ha esercitato più influenza sul cinema italiano. Bava abbandona la Russia ottocentesca per un ambientazione che è la Roma contemporanea, proponendo il tema della ragazza straniera spaesata in posto che non conosce e che vede il mondo ostile.

Come suggerisce il titolo i protagonisti di questi film o le vittime uccise sono sempre persone che sanno qualcosa e che non devono sapere e che, pertanto, infrangono un divieto: in questo modo Bava propone il tema della colpa e l’aspetto punitivo di essa. Rifacendosi a uno stile di genere, se ne distacca inserendo la figura del narratore e altri elementi leggermente lontani dal thriller tradizionale che si cristallizzeranno più avanti con le opere di Dario Argento. Centrale e sempre presente, qui e in seguito, è invece il tema della suggestione e la suspance: questo modo di concepire la scena è ricorrente ancora oggi e stabilizzato da Bava come tipico modo di realizzare l’horror e il thriller.

la ragazza che sapeva troppo

I TRE VOLTI DELLA PAURA, 1963

Nel 1963 abbiamo I tre volti della paura con Boris Karloff, attore colosso del cinema horror americano, qui in veste di semplice narratore e che, nel finale Bava utilizzerà magistralmente per svelare “i trucchi”: il regista sembra prendere in giro sè stesso come a dire “non spaventatevi, l’horror è solo un trucco”, ‘a mo di tranquillante per lo spettatore. Questa forma dissacrante di concepire la sua opera ci fa comprendere ancora di più quanto per Bava il trucco sia una questione molto più filosofica che pratica: riducendo il finale a spezzone quasi comico e passando quindi dalla tensione alla commedia, costituisce un fattore dissacrante per il genere stesso.

i tre volti della paura

Diretto da Bava con lo pseudonimo di John Old e nato per fare il verso a I racconti del terrore (Tales of Terror, 1962) di Roger Corman, si tratta di un film a episodi (la struttura della trama ha influenzato registi come Tarantino, che lo omaggerà anche con il suo Reservoir Dogs, in riferimento a Cani Arrabbiati del ’74 e Roman Polanski per L’inquilino del terzo piano) ispirati a pseudo racconti classici: il primo è Il telefono, il secondo I Wurdalak, il terzo La goccia d’acqua.

i tre volti della paura

I titoli di testa dichiarano parentele letterarie alte ma dubbie e in parte fasulle: se il primo racconto è attribuito a Maupassant, la sua peternità è invece riconducibile un anonimo racconto forse apparso in appendice a un giallo Mondadori mentre il secondo, che riporta giustamente il nome di Tolstoj, è stato in realtà scritto da un lontano cugino dell’autore di Guerra e Pace; perfino il terzo non nasce da Čechov bensì da un’italiano, Franco Lucentini.

Ne Il Telefono Bava parte da un’idea assai banale, quale quella della telefonata anonima dove non si riesce a risalire al proprio interlocutore e usa i pochissimi mezzi che ha disposizione per indurre tensione. Servendosi anche di una velata allusione al lesbismo tra le due protagoniste (tema a dir poco scabroso ed innovativo per l’epoca) sottolinea l’aspetto morboso, inquietante e claustofrobico della vicenda.

i tre volti della paura

I Wurdalak invece si inserisce appieno nelle regole dell’horror coevo; protagonista assoluto della vicenda è Boris Karloff e la famiglia diventa il fulcro scatenante del terrore, anticipando per certi versi ciò Tobe Hooper realizzerà nel suo The Texas Chainsaw Massacre parecchi anni più tardi.

Oltre alla coraggiosa negazione del lieto fine, è innovativa la spinta sugli aspetti psicanalitici, mostrati in particolare nell’attaccamento della madre al figlio.

La goccia d’acqua è quello che fa più fede al titolo e senza dubbio il più pauroso dei tre. Ogni elemento della vicenda si mischia perfettamente formando un quadro perfetto, affascinante e inquietante in grado di innescarci il dubbio che ciò che vediamo sia reale o frutto del rimorso della protagonista. Bava riesce, ancora una volta, a rendere magistralmente il fantastico e l’horror sempre ambiguo e incerto.

i tre volti della paura

 

II Periodo 

  • Reazione a catena – Ecologia del delitto, 1971
  • Cani Arrabbiati, 1974

 

REAZIONE A CATENA – ECOLOGIA DEL DELITTO, 1971

Nel 1971 Bava dirige Reazione a catena, noto anche con il titolo Ecologia del delitto (L’antefatto).

Reazione a catena è il primo film di Bava completamente ambientato nella contemporaneità: Il regista si impegna a a descrivere una società smaliziata e consumista lasciando la parola alla violenza stessa: ciascun omicidio portato su schermo è completamente gratuito ma allo stesso tempo giustificato da una legge biologica immanente quale l’ecologia del delitto, il meccanismo di difesa della natura. L’originalità sta nell’assenza di suspance sull’identità dell’assassino: non è unico e non c’è nessuna enfasi nel scoprire la sua identità volta per volta.

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Bava non si fa troppi problemi a mostrare il raccapriccio totale e, soprattutto, non sembra interessarsi tanto all’omicidio in s’è ma alle conseguenze, inquadrando i corpi ancora agonizzanti.

Tutti gli omicidi mostrati sono indimenticabili e faranno da ossatura per gli horror futuri, rimane però celeberrima la scena dell’impalamento dei due amanti, che sta a sottolineare una continuità fra sesso-morte.

Il finale invece è emblematico: per riportare l’equilibrio Bava compie l’ennesimo lavoro di dissacrazione riconsegnando tutta la terribile schiera di omicidio alla stregua di un gioco.

Reazione a catena fu uno dei pochi film di cui lo stesso Bava si disse abbastanza soddisfatto e che aprì il filone slasher: a quest’opera si ispireranno infatti film come Venerdì 13: L’assassino ti siede accanto, ma è citato anche in L’ultimo treno della notte di Aldo Lado, Halloween: la notte della streghe di Jhon Carpenter e La Casa di Raimi. Bava concepisce un’ opera spietata e molto critica, che dimostra il suo totale disinteresse verso il genere umano dove non ci sono mostri, solo gli uomini.

CANI ARRABBIATI , 1974

Tra i pochi thriller del regista e oppresso per molti anni da problemi di distribuzione, Cani Arrabbiati del 1974 è stato senza dubbio l’antesignano del cinema pulp e enorme fonte di ispirazione per registi come Tarantino (non è un segreto che Cani arrabbiati sia uno dei film che lo hanno colpito nella creazione del suo universo filmico, che negli anni ’90 la critica amava appunto definire “pulp”).

Considerato da taluni il vero capolavoro del regista, il film è stato recuperato solo nel 1995 e usci in DVD con il titolo Semaforo rosso.

Cani arrabbiati è uno dei pochi film con la quale Bava ha potuto esprimere una propria visione del mondo e della società al di fuori di ogni ironia autodissacrante: l’intento di Bava è mostrare una ferocia diffusa dove il personaggio all’apparenza perbene in realtà si mostrerà sul finale come più spietato dei malviventi con la quale si trova costretto a viaggiare. La polemica di Bava iniziata con Reazione a Catena non si ferma a quell’unico film: qui infatti è presente un geniale aggiornamento della legge darwiniana già mostrata in Ecologia del delitto.

cani arrabbiati

Collocando la macchina da presa per tre quarti di film in un’angusta automobile, Bava la muove poco e si concentra insistentemente sui visi accalorati degli attori, trasmettendo alla perfezione un senso di claustrofobia soffocante, disturbante più dei frequenti turpiloqui pulp.

Sempre per citare “i mostri siamo noi”, il grande credo di Reazione Catena, Bava concepisce Cani Arrabbiati come un road movie che più assomiglia a un viaggio negli orrori dell’animo umano: è solo da cadaveri infatti che i protagonisti di acquistano dignità.

 

mario bava

 

 

 

 

 

 

Collaborazioni

  • I Vampiri (Riccardo Freda, 1957)
  • Le fatiche di Ercole (Francisci, 1958)
  • La morte viene dallo spazio (Paolo Heusch, 1958)
  • Ercole e la regina di Lidia (Francisci, 1959)
  • Caltiki, il mostro immortale (R. Hamton/Riccardo Freda, 1959)
  • La battaglia di Maratona (J. Tourneur, 1959)

Filmografia Ufficiale 

  • La maschera del demonio, 1960
  • Ester e il Re, 1960
  • Le meraviglie di Aladino, 1961
  • Ercole al centro della terra, 1961
  • Gli Invasori, 1961
  • La ragazza che sapeva troppo, 1963
  • I tre volti della paura, 1963
  • La frusta e il corpo, 1963
  • Sei donne per l’assassino, 1964
  • La strada per Fort Alamo, 1964
  • Terrore nello spazio, 1965
  • Ringo del Nebraska, 1965-66 (Mario Bava non è accreditato alla regia)
  • I coltelli del vendicatore, 1966
  • Operazione paura, 1966
  • Le spie vengono dal semifreddo, 1966
  • Diabolik, 1968
  • Odissea, 1968 (Mario Bava dirige l’episodio di Polifemo per lo sceneggiato televisivo di Franco Rossi)
  • Il segno rosso della follia, 1968-70
  • Quante volte… quella notte 1968-72
  • 5 bambole per la luna d’agosto, 1969-70
  • Roy Colt & Winchester Jack, 1970
  • Ecologia del delitto – Reazione a catena, 1971
  • Gli orrori del castello di Norimberga, 1972
  • Lisa e il diavolo, 1972-73
  • Cani arrabbiati, 1974-96
  • La casa dell’esorcismo (versione rimontata di Lisa e il diavolo, ripudiata dal regista), 1975
  • Shock, 1977
  • La Venere d’Ille, 1978-81

Scritto da: Molly Jensen