Analisi Sulla mia pelle

In Analisi film, Cinema, Ilaria Micella, Ludovica Girau by Ludovica GirauLeave a Comment

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Regia: Alessio Cremonini.
Sceneggiatura
: Alessio Cremonini, Lisa Nur Sultan.
Colonna sonora: Mokadelic.
Direttore della fotografia: Matteo Cocco.
Montaggio: Chiara Vullo.
Produttore: Cinemaundici, Lucky Red, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali del Turismo (MiBACT).
Anno: 2018.
Durata: 100’.
Paese: Italia.
Interpreti e personaggi: Alessandro Borghi (Stefano Cucchi), Jasmine Trinca (Ilaria Cucchi), Massimiliano Tortora (Giovanni Cucchi), Milvia Marigliano (Rita Calore).

Indice:
Abuso di potere e giustificazionismo (di Ilaria Micella)
Sulla mia pelle e la forma della violenza (di Ludovica Girau)

 

ABUSO DI POTERE E GIUSTIFICAZIONISMO – di Ilaria Micella 

“La potenza designa qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità.”

Secondo Max Weber, esistono tre forme di legittimazione dell’autorità: di carattere razionale, di carattere tradizionale e a carattere carismatico. Questi idealtipi di legittimazione, concetti astratti che rappresentano situazioni ideali, sono da considerarsi strumenti metodologici che si presentano nella concretezza del reale come miscuglio delle forme pure di partenza e sono applicabili a numerose situazioni esistenti.

Analisi Sulla mia pelleNel contesto in cui si inserisce la diatriba relativa al caso Cucchi è evidente come la caratterizzazione primaria del potere in gioco sia quella di tipo razionale, benché non ne sia la sua unica sfumatura.

“Ognuno dei tre fondamenti di legittimità è connesso ad una struttura sociologica dell’apparato e dei mezzi amministrativi fondamentalmente differenti […] Il potere legale ha come tipo puro il potere burocratico: il suo convincimento fondamentale è che qualsiasi diritto possa essere creato e mutato mediante una statuizione voluta in modo formalmente corretto. L’obbedienza dell’individuo è prestata alle regole razionali stabilite, non alla persona che le esercita. Anche colui che comanda obbedisce ad una regola.”

Da questa veloce incursione nel testo Economia e Società di Weber emergono alcuni dei termini su cui si articolerà l’analisi del film Sulla mia pelle: autorità, legittimazione, correttezza e burocrazia. A questi, si aggiungeranno – di diritto – i temi dell’abuso di potere e della diffidenza verso gli apparati statali.

Un piccolo disclaimer. Se siete arrivati fino a questo punto e non avete trovato ancora slogan contro la polizia e lo stato, o peggio (per non farci mancare proprio niente), accuse malcelate contro chi questa-fine-se-le-va-a-cercare, è perché non ne troverete.

 Sulla mia pelleNon per mancanza di idee in merito o codardia nei confronti del prendere una posizione estrema, ma perché le mie posizioni estreme non portano nuovi spunti ad un dialogo che di per sé sembra sempre più sterile. Allo stesso modo, entrare nel merito del passato di Cucchi non è interessante e non aggiunge niente a nessuna analisi di valore, se non nell’ottica di un blando giustizialismo basato su concetti orrorifici come il bene e il male secondo la morale comune.

Il primo merito del film è nell’abilità di far trapelare tutte le informazioni mancanti dai muri, dalle crepe e dai sussurri segreti nascosti nelle celle. La maschera scenica che Alessandro Borghi impersona, è quella di un uomo la cui schiena si spezza sotto il peso, sì delle percosse, ma soprattutto delle strutture statali e delle sovrastrutture accettate implicitamente nella società. È Cucchi, potrebbe essere Uva, potrebbe essere Aldovrandi, e allo stesso modo rappresentare tutte le centinaia di persone morte mentre erano sotto l’occhio vigile dello Stato. Accanto a lui crollano i familiari, perdendo qualsiasi appiglio. Crolla il pavimento della morale borghese, della fiducia nelle istituzioni, crolla il tetto della speranza in un trattamento ‘umano’.

Nella microfisica del potere, Foucault, in un capitolo dal nome altisonante “Aldilà del bene e del male” riporta la testimonianza di un giovane che, alla domanda su quale fosse la forma di repressione più insopportabile, risponde:

Sulla mia pelle“Non bisogna dimenticare la strada, le perquisizioni nei quartieri, i poliziotti che ti bloccano la moto con la loro vettura per vedere se hai della droga. Questa presenza continua: non posso sedermi a terra senza che un uomo in divisa mi obblighi ad alzarmi […]”

Quanto descritto è un sentimento che, chi più chi meno in base a usi e provenienza, ha provato. La paura è un sentimento che sorge nel momento in cui si riconosce il pericolo. Cucchi conosce bene i meccanismi della strada, fiuta il pericolo, rimane omertoso fino alla fine, a lui la strada aveva insegnato a fidarsi solo dei suoi pari. La sfiducia verso le istituzioni è il bollo sulla sua condanna a morte.

D’altra parte, gli sguardi dei carabinieri lasciano trapelare, e qui emerge una voce parziale, un pensiero fisso: quartiere popolare, spaccio, povertà. 2+2 fa sempre quattro e la possibilità di farsi valere su un reietto fa gola ai più, la catena alimentare è inconfutabile. Il potere, di cui si fanno difensori e tramite, gli conferisce le chiavi d’acceso al piano superiore della gerarchia; senza entrare nel merito delle leggi non scritte interne agli organi statali addetti alla sicurezza, è evidente come non si sia mai preso di petto la questione di indagare anche dall’altra parte del finto specchio. A chi si mette in mano un manganello, a chi il taser? La colpa di Cucchi è quella di aver rappresentato per un momento l’ennesimo dimenticabile, perso nella matassa della burocrazia alla Ponzio Pilato. Il peccato, a quanto pare, è il non essere conforme.

Sulla mia pelleLa conformità ad uno standard è un tema insito in quasi ogni diatriba politica attuale. Lo standard è ovunque: il colore della pelle, l’appartenenza ad una determinata fazione, l’identificarsi con un concetto al di fuori dai binari della società; ogni posizione che si situa ai margini del pensiero comune sembra dare adito a tutta una serie di giustificazioni nei confronti dei più biechi atti contro la ‘dignità’ dell’uomo.

A prescindere dalla colpa dei singoli, dalle sentenze mancate e da quelle che arriveranno, il film fa emergere una verità processuale che molto spesso rimane in secondo piano rispetto alle più accessibili tematiche da propaganda, usabili ad uso e consumo di un polo o dell’altro. L’impermeabilità del sistema statale e degli apparati burocratici, la sfiducia del singolo verso le cariche pubbliche, e la sfiducia di queste ultime nei confronti dei propri pari. Il sistema ha fallito e continua a fallire.

 

SULLA MIA PELLE E LA FORMA DELLA VIOLENZA – di Ludovica Girau 

Sulla mia pelle è un film drammatico che ricostruisce quanto accaduto al geometra Stefano Cucchi nella sua ultima settimana di vita, tra il 15 e il 22 ottobre del 2009. La regia è di Alessio Cremonini, affiancato alla scrittura da Lisa Nur Sultan.

Cremoni non è davvero un esordiente, come decantato da molta (imprecisa) stampa, ma ha all’attivo produzioni televisive di varia natura, ha scritto Voci per Dacia Maraini, scritto e co-diretto Private con Saverio Costanzo, scritto e co-diretto Border con Francesco Melzi d’Eril.
Ultimo, ma non per importanza, è un docente presso il MedFilm festival, l’università di Bologna e l’Act Multimedia. Insomma, non proprio un enfant prodige.

Sulla mia pelleLa produzione è di Cinemaundici, Lucky Red e Netflix; le ultime due hanno anche distribuito il film, rispettivamente nelle sale cinematografiche d’Italia e in streaming. In onta a qualsiasi aspettativa, il film ha avuto grande successo di pubblico. Non parliamo solo dei canali ufficiali di distribuzione, ma soprattutto di quelli “alternativi”: associazioni e centri sociali hanno organizzato proiezioni e dibattiti.

Contro qualsiasi aspettativa perché? In primo luogo per l’atrocità della vicenda, la morte di Stefano Cucchi, oggetto principale del film. Il lavoro si è infatti concentrato su un nucleo circoscritto di vicende, senza scavare romanticamente nel passato della famiglia Cucchi o narrando la vicenda giudiziaria complicata (e delirante) successiva alla scomparsa del giovane. Ovvio il timore, dunque, di trovarsi davanti a rappresentazioni troppo crude e/o troppo parziali.

Più che ad un film drammatico, in realtà, siamo davanti a qualcosa di simile ad una docufiction, dove con docufiction, ricordiamo, si intende proprio il connubio tra elementi del documentario ed elementi fictional, non necessariamente coinvolti in egual misura. Risulta un po’ fazioso, dunque, accusare questo film di non essere né un documentario né una fiction, visto che per un addetto ai lavori la commistione della parti risulta evidente.

Sulla mia pelleLa scelta della regia è stata di concentrarsi su interni giorno e interni notte,  preferendo l’utilizzo della macchina a mano, abbondando in piani e in campi medi. Ciò dà adito ad un focus deliberato sulle persone fisiche, trascurando gli spazi nella loro estensione massima e servendoceli, anzi, in porzioni ridotte allo stretto necessario: eccoci servita un po’ di claustrofobia.

Non è solo il range di inquadrature ad essere limitato. La fotografia attinge meticolosamente dalla ridotta palette cromatica da penitenziario – toni freddi, grigi, barlumi di luci gialle a incandescenza – costringendo l’occhio ad una stasi raggelante entro quattro mura di intonaco piatto. Azzardando un paragone pittorico, un piattume desolante che ricorda certi interni di Goya (Casa de locos).
La questione formale sembra dunque coerente nelle sue parti. Resta fuori dalla stessa un interrogativo centrale: ma la violenza che forma ha in questo film?

Da più parti si è sollevato un brontolio circa l’assenza di violenza nuda e cruda che esponesse visivamente quanto accaduto a Cucchi. Della letteratura in merito può aiutarci a trovare un punto di vista. Tanto Lessing quanto Deleuze, seppur attraverso testi molto diversi fra loro (il Laooconte, ovvero sui limiti della poesia di uno e Francis Bacon. Logica della sensazione l’altro) dimostrano continuità di pensiero perché reputano necessario che forma e contenuto siano raccordati, senza che mai prescindano da quale effetto possano sortire sullo spettatore.

Sulla mia pelle

La casa dei matti, Francisco Goya, 1812-1819.

Per entrambi si delinea “un rapporto inversamente proporzionale tra il grado di estroversione della rappresentazione e l’efficacia del suo impatto sul pubblico” (Gandini, ndr). In poche parole, reputavano importante che la forma e racconto fossero ponderati, senza eccedere.

Dunque, la violenza andrebbe di preferenza evocata e suggerita, in modo che trovi nello spettatore – o meglio –  nella sua immaginazione, terreno fertile per essere compresa appieno; sviluppo che può aver luogo solo a condizione che egli sappia farsi carico dei vuoti narrativi disseminati di proposito dall’autore stesso.

Sulla mia pelle risponde a questo criterio e al concetto di “espressione poeticamente indiretta” di Prince: la fantasia rimedia a quello che non vede e fa sì che la violenza sia più sottile e, paradossalmente, più letale. Senza ricorrere, dunque, ad un’astrazione davvero al limite, come nel dittico costituito da Dogville e Manderlay di Trier o nella trilogia della glaciazione di Haneke, il film di Cremonini brilla di aurea mediocritas e raggiunge il suo scopo. Senza troppe sbavature.

 

Sulla mia pelle