Recensione Room

In Cinema, Molly Jensen, Oscar 2016, Recensioni brevi by Molly Jensen Comments

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Probabilmente l’errore più grave che possiate fare con Room, l’ultimo piccolo film di Lenny Abramson, è proprio quello di guardarlo sapendo già qualche dettaglio sulla trama o, peggio, avendo visto il trailer.

Dovete sapere che Room non sarà né il primo, né l’ultimo, ma di sicuro si inserisce alla perfezione in quella fetta di film che vanno necessariamente guardati a scatola chiusa.

Nelle prime scene mi sono domandata più volte “Per quale assurda ragione questa madre, così affettuosa e premurosa, non permette mai al figlio di uscire da quella stanza?”

La terribile risposta alla mia domanda non tardò ad arrivare: quando Ma spiega al piccolo Jack che il mondo che lui ha imparato a conoscere finora in realtà è molto più vasto di quanto crede, ho capito che i due protagonisti erano in realtà intrappolati in piccolo microuniverso.

Pur di proteggere il piccolo Jack infatti, la giovane madre decide di costruire una realtà parallela, effimera come la luce che filtra dal piccolo lucernario della Stanza.

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Due figure in pochi metri di spazio, quelle di Ma e del piccolo Jack, recluse contro la loro volontà, che finiranno inevitabilmente per mischiare le loro psicologie vacillanti: i due sfoceranno in un legame indivisibile ed esasperato dove fin dall’inizio sembra essere Jack quello ad aver più bisogno della sua Ma, eppure, in realtà, dalla seconda metà del film in poi, traspare totalmente il contrario.

Questo legame è inevitabile ma soprattutto necessario per sopravvivere e continuerà a essere tale anche nella seconda parte della pellicola, quando, nonostante madre e figlio non saranno più costretti a condividere uno spazio ristretto, dovranno affrontare una realtà che è forse anche più dura di quella che vivevano nella Stanza.

C’è da sottolineare che il desiderio del regista – Lenny Abrahamson, tra le rivelazioni del Sundance 2014 con il suo Frank – di far risaltare questo legame, di fatto, limita le possibilità di resa dell’incontro fra i due protagonisti e il mondo, come se il film stesso avesse paura di confrontarsi con la complessità e la grandezza della realtà per rifugiarsi nella confortevole sicurezza di uno spazio ristretto. Una scelta, anche registica, che mette in risalto la volontà di Abrahamson di diventare un tutt’uno con gli stessi personaggi, lasciando emergere totalmente il loro punto di vista.

Dopo un inizio semi thriller, il film lascerà posto al drama, perdendo un po’ della sua forza iniziale ma riuscendo ugualmente a coinvolgere, grazie, soprattutto, alla mano di un regista che mostra una sensibilità fuori dal comune: il punto di giunzione fra le due parti è la scena della fuga, dove la situazione mostrerà tutta l’onesta narrativa di Abramshon che ci metterà a fare i conti con le illusioni di libertà dei suoi personaggi.

Nonostante ciò, uno dei pregi grandissimi di Room resta quello di commuovere senza inscenare trappole emotive e senza mai scadere nel patetico, riuscendo a trarre la propria forza dal tema che viene portato sullo schermo, dalle straordinarie interpretazioni di Brie Larson e di Jacob Tremblay e anche da una regia che non si spreca in virtuosissimi  inutili, ma si limita a narrare dal punto di vista del piccolo protagonista.

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Nato da un fatto di cronaca realmente accaduto e dalla penna di Emma Donoghue (Stanza, letto, armadio e specchio), dopo il trionfo al Toronto Film Festival questo piccolo film è riuscito sorprendentemente ad attirare l’attenzione dell’Academy riuscendo a collezionare ben 4 nomination (Miglior Regia, Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista e Miglior sceneggiatura non originale) tuttavia, causa avversari più che validi, ritengo dovrà accontentarsi del solo riconoscimento alla sua prima attrice, la favorita Brie Larson.

Sicuramente è apprezzabile come questi piccoli film – Room appunto o Whiplash lo scorso anno – riescano di tanto in tanto a farsi notare.

Scritto da: Molly Jensen