Recensione The Bad Batch

In Cinema, Recensioni brevi, Recensioni Film, Tomàs Avila by Tomas Avila

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Regia: Ana Lily Amirpour.
Soggetto: Ana Lily Amirpour.
Sceneggiatura: Ana Lily Amirpour.
Musiche: Brett Pierce, Andrea Von Foerster.
Direttore della fotografia: Lyle Vincent.
Produttore: Human Stew Factory, Annapurna Pictures, Reel Chefs Catering, Vice Films.
Anno: 2016.
Durata: 118’.
Paese: USA.
Interpreti e personaggi: Suki Waterhouse (Arlen), Jason Momoa (Miami Man), Jayda Fink (Honey), Keanu Reeves (The Dream), Diego Luna (Jimmy), Jim Carrey (Hermit), Giovanni Ribisi (The Screamer).

Ana Lily Amirpour[1], regista britannica di origini iraniane che vive in America, si è fatta conoscere nel 2014 con l’horror A Girl Walks Home Alone at Night[2] che riscosse molti consensi.

Arrivata al secondo lungometraggio Amirpour decide di alzare il tiro, girando un film post apocalittico con attori del calibro di Jason Momoa[3], Keanu Reeves[4] e Jim Carrey[5].
Le dichiarazioni della regista riguardo a Mad Max: Fury Road[6] già non facevano sperare bene e il film non ha fatto altro che confermare i sospetti.

The Bad BatchArlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l’anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell’umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell’area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del “sogno”. (Da Mymovies)

Le intenzioni della regista sono chiare fin dall’inizio: rivisitare il genere postapocalittico in chiave femminista e cercare di dar vita a un’allegoria sulla società americana contemporanea.
Già dal principio, causa anche il periodo in cui è stato realizzato, si percepisce l’ombra di Donald Trump e la presenza di un’America reazionaria esasperata, anche se non troppo lontana da quella attuale, in cui i muri e i recinti servono per tenere a debita distanza chiunque non sia ritenuto in grado di vivere in società, tra cui proprio Arlen.

The Bad BatchLa protagonista, che ricorda fin troppo la Furiosa di Fury Road (anche lei priva di un braccio), si imposta a forza come modello di eroina dura e indipendente, cosa in realtà già vista in un gran numero di film da Alien a questa parte, per altro con personaggi molto più interessanti.
Amirpour esaspera le contaminazioni Pop e il suo immaginario (apparentemente) anticonvenzionale, tra culturisti cannibali, culti religiosi in cui l’ostia viene rimpiazzata dall’LSD e la messa da serate di musica elettronica in stile Tomorrowland.

L’allegoria imbastita dalla regista risulta però fin troppo forzata ed esibita, tra le palate di simbolismi così banali da suscitare risate involontarie.
Come se non bastasse inoltre tutta questa carica di anticonvenzionalità e tutta questa volontà di rompere gli schemi viene terribilmente tradita da un finale convenzionale come pochi altri e in un certo senso pure conservatore. Nonostante la crudeltà del mondo postapocalittico, l’istituzione della famiglia tanto cara al cinema americano ne esce fuori un’altra volta vincente.

The Bad BatchOra, ricollegandosi alle dichiarazioni della regista riguardo al capolavoro di George Miller[7], The Bad Batch risulta ancora più fastidioso. Evidentemente Amirpour non ha compreso a pieno Fury Road, un film in grado di parlare di un possibile futuro apocalittico (ma anche del presente) in modo chiaro quanto anticonvenzionale a livello narrativo e visivo, senza i soliti scontati simbolismi e la retorica sempliciotta di The Bad Batch.

A tutto ciò va aggiunto il fatto che Amirpour cerchi di rendere il film il più “diverso” possibile, presentando una carrellata di “freaks” che tuttavia risultano esasperati e fine a sé stessi, a differenza, per fare un esempio, dei “diversi” e dei “mostri” di un regista come Alex De La Iglesia[8].

Insomma, stiamo parlando di un film che, nonostante la cura formale e la presenza di validi interpreti, è scorretto e ipocrita a livello tematico, cosa ben peggiore delle mancanze estetiche.
Ovviamente il tutto senza scene d’azione né una trama particolarmente interessante. Come risultato, le quasi due ore di durata, scorrono interminabili tra la noia e la retorica.

Senza alcun dubbio uno dei peggiori film dell’anno, per il quale non vale neanche la pena di spendere troppe parole.

 

Scritto da: Tomàs Avila.

 

Note:

[1] Link IMDB della regista: http://www.imdb.com/name/nm3235877/?ref_=nv_sr_2 .

[2] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt2326554/?ref_=nm_knf_i1 .

[3] Link IMDB dell’attore: http://www.imdb.com/name/nm0597388/?ref_=nv_sr_1 .

[4] Link IMDB dell’attore: http://www.imdb.com/name/nm0000206/?ref_=nv_sr_1 .

[5] Link IMDB dell’attore: http://www.imdb.com/name/nm0000120/?ref_=nv_sr_1 .

[6] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt1392190/?ref_=nv_sr_1 .

[7] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0004306/?ref_=nv_sr_1 .

[8] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0407067/?ref_=nv_sr_1 .

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