Recensione Good Time

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Regia: Benny Safdie, Josh Safdie
Sceneggiatura: Ronald Bronstein, Josh Safdie
Musiche: Oneohtrix Point Never
Direttore della fotografia: Sean Price Williams
Montaggio: Benny Safdie, Ronald Bronstein
Produttore: Sebastian Bear-McClard, Oscar Boyson, Terry Dougas, Paris Kasidokostas Latsis
Anno: 2017
Durata: 99′.
Paese: USA
Interpreti e personaggi:  Robert Pattinson , Jennifer Jason Leigh, Benny Safdie, Barkhad Abdi, Buddy Duress, Taliah Webster,Necro

Trama

New York, Queens. Una rapina in banca finisce male, Connie riesce a fuggire mentre suo fratello Nick, affetto da un ritardo mentale, viene arrestato. Da quel momento Connie inizia a darsi da fare per poter trovare il denaro necessario per pagare la cauzione mentre progressivamente sviluppa un altro progetto: farlo evadere. 


Angoscia metropolitana

good time“La perdita del contatto con la realtà e la corrispondente costruzione di una vita interiore propria, che viene anteposta alla realtà stessa: è frequente nella schizofrenia e in alcune psiconevrosi.”
Se cercate su Wikipedia la definizione di autismo questo è quello che vi troverete a leggere. Il film dei fratelli Safdie, premiato più per i numerosi tecnicismi che per il contenuto, dimostra invece una consapevolezza e conoscenza delle psicosi moderne quasi stupefacente, ed è proprio con il rimando continuo alla definizione sopracitata che ci faremo largo tra le strade rumorose e illuminate dai neon dei sobborghi newyorkesi.

I fratelli Safdie nel 2014 sono alla regia di un film che in Italia passa quasi inosservato, e che in America non riesce a svincolarsi dai circuiti indipendenti, si tratta di Heaven Knows What, storia vera di Arielle Holmes una tossicodipendente di New York, la quale recita nella parte di sé stessa, circondata da gente di strada e pochi attori professionisti. In una particina troviamo persino Necro, rapper statunitense, simbolo dell’abilità dei Safdie nel destreggiarsi nell’ambiente di cui parlano.

Il problema, quando si raccontano storie di emarginazione, è sempre quello di cadere nel pietismo o peggio in una narrazione moralistica, che giudica senza aver mai davvero vissuto. Il primo merito dei registi è quello di essere tra i pochi esordienti a trattare il lato meno patinato dell’America tramite l’unico linguaggio che questo stesso mondo può comprendere: quello crudo e semplice delle strade, delle luci fredde e delle corse infinite per salvarsi la pelle anche questa volta, o forse no.

good timeLi avevamo lasciati a parlar di eroina e li ritroviamo con lo stesso stile ma con una storia diversa per le mani. La dipendenza è sempre un tema centrale, questa volta sotto l’accezione di una sorta di mutualismo a tutti i costi.
Nick (Benny Safide) e Connie Nikas (Robert Pattinson) sono due fratelli, il primo con degli evidenti deficit mentali, il secondo dalla personalità borderline, i due sembrano essere inseparabili.
Questa volta Benny Safdie è davanti la macchina da presa in un ruolo che sembrerebbe marginale, ma Safdie con la sua interpretazione- a tratti ingenua – conferisce al personaggio il giusto peso nella storia e nei cuori del pubblico.

La vera ‘sorpresa’- o conferma se si è visto Cosmopolis – è la bravura di Robert Pattinson ad interpretare personalità ai margini della devianza.
Non stentiamo a credere a Connie quando pensa di fare il meglio per il fratello, non è l’ospedalizzazione la soluzione ai problemi dei malati mentali, è l’affetto che Connie gli dimostra in modi poco ortodossi ma carichi di tenerezza. Ma è davvero giusto lasciare che Nick segua le orme delinquenziali del fratello non essendo pienamente consapevole del rischio che corre?

good timeGood Time è un film politico proprio perché non parla di politica. Tutti i temi caldi per l’America di Trump sono buttati nel calderone a tinte lisergiche che è la notte di Connie. È un film d’azione che non si spreca in spiegoni interminabili sul giusto o sullo sbagliato, ma che insinua continuamente il suo valore di manifesto di una stagione politica, ponendo lo spettatore di fronte a tanti interrogativi. La disparità di trattamento che la polizia riserva alle persone di colore, alle donne; il modo in cui i servizi sociali trattano i ‘malati di mente’, sono solo alcuni dei temi che emergono nel corso delle vicende.

Un evidente fil-rouge è la chiusura dell’individuo nei confronti dell’esterno, che questo sia la società o semplicemente un altro personaggio, i protagonisti sono trincerati nelle loro paure e abitudini. Connie è un donnaiolo consapevole delle sue armi per tirare a campare e le sfrutta in tutti i modi per cercare di salvare il fratello, il cui benessere gli sta a cuore molto più della sua salvezza.
I due sono chiusi nel loro mondo per motivi diversi, l’ultimo appiglio con la realtà circostante è il legame che unisce i fratelli e che sembra essere incredibilmente pericoloso, tanto da dover essere ostacolato in ogni modo. Nelle scene finali, questo legame emerge in tutta la sua forza, lasciando lo spettatore in balia dei mille stimoli a cui è stato sottoposto in questa narrazione incalzante.

Lo sguardo dei registi su New York è personalissimo, carico di colori forti e contrapposizioni violente, perfetto per rappresentare proprio quei quartieri difficili che tanto fanno scalpore nelle cronache. Lunghi inseguimenti, si alternano a momenti statici ma carichi dell’ansia febbrile che scorre in Connie, il quale sa benissimo di avere poco tempo per salvare il fratello. Il tema della chiusura viene esasperato dalle inquadrature degli interni e dai primi piani del volto sconvolto di Connie e degli altri personaggi che coinvolge nel suo folle piano. Il passaggio da interno ad esterno è sempre volutamente drastico, un taglio netto tra il prima e il dopo delle azioni di Connie, a stigmatizzarne gli effetti e l’impossibilità di poter tornare indietro. Nel corso della pellicola ci trascina sempre avanti, correndo talmente veloce da non accorgersi che sta per sbattere contro un muro.

Menzione speciale alla colonna sonora originale del film, che dipinge la notte di New York sulle note di un’elettronica incalzante. Merito di Oneohtrix Point Never, che ha messo insieme dei pezzi incredibili in un OST completamente originale. Synth e chitarre distorte colpiscono lo spettatore con innegabile ferocia; potrebbe essere senza ombra di dubbio la musica preferita di Connie, tanto gli somiglia, eppure ha una forza di per sé che gli consente di staccarsi dall’etichetta di mera colonna sonora e acquisire un valore proprio.

E dopo due ore di interminabile elettronica, potete provarci ma sarà difficile non emozionarsi a sentire l’inconfondibile voce di Iggy Pop che canta “The pure always act from love…. The damned always act from love”. Una pioggia primaverile sull’incedio che i Safdie hanno messo in scena.

good time

Scritto da: Ilaria Micella 

 

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