Recensione BlacKkKlansman

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Regia: Spike Lee.
Soggetto: dal libro di Ron Stallworth.
Sceneggiatura: David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Wilmott.
Colonna sonora: Terence Blanchard.
Direttore della fotografia: Chayse Irvin.
Montaggio: Barry Alexander Brown.
Produttore: 40 Acres & A Mule Filmworks, Blumhouse Productions, Legendary Entertainment, Monkeypaw Productions, Perfect World Pictures, QC Entertainment.
Anno: 2018.
Durata: 135′.
Paese: USA.
Interpreti e personaggi: John David Washington (Ron Stallwort), Adam Driver (Flip Zimmerman), Laura Harrier (Patrice Dumas), Topher Grace (David Duke), Ryan Eggold (Walter Breachway), Alec Baldwin (Dr. Kennebrew Beauregard).

Trama

Anni 70. Ron Stallworth, poliziotto afroamericano di Colorado Springs, deve indagare come infiltrato sui movimenti di protesta black. Ma Ron ha un’altra idea per il suo futuro: spacciarsi per bianco razzista e infiltrarsi nel Ku Klux Klan.

BlacKkKlansman

La sceneggiatura di BlacKkKlansman che porta le firme di David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Wilmott era in origine destinata alla recente rivelazione del cinema afroamericano Jordan Peele. Peele con il suo Scappa-Get Out, era riuscito in una critica aspra e mai banale nei confronti del razzismo made in Usa; di fronte ad una storia senza rischi decide di rimanere dietro le quinte (è in produzione) e lasciare il campo ad uno dei registi seminali del movimento: Spike Lee.

Lee fin dagli esordi non ha mai smesso di dar voce alla comunità afroamericana, mettendone in luce i turbamenti che l’hanno scossa dagli anni 80 ai giorni nostri. Una delle sue ultime fatiche è l’adattamento di Lola Darling, sua pellicola d’esordio, per Netflix. Il risultato è She’s gotta have it, una serie che riuscendo ad essere attuale e frizzante, rimanendo fedele alla sceneggiatura dell’86, decreta il ritorno sulle scene di Spike Lee.

Il processo di riappropiazione e rilettura dell’ideale rivoluzionario delle black panters e più in generale della lotta per la liberazione, che con la sua opera prima è sembrato naturale, diviene però  forzato e anacronistico in quest’ultimo lungometraggio, che appare non solo prosaico e inutilmente autocompiaciuto, ma soprattutto privo delle energie originarie dei movimenti che rivendicavano il black power come il rifiuto della struttura capitalistica della società statunitense. All the power to all the people, ma Spike passa il testimone.

BlacKkKlansmanBenché sia stato insignito del Grand Prix speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes, BlacKkKlansman non spicca per sagacia o concreta contestualizzazione della realtà.  Un film che, pur avendo alle spalle l’incredibile storia vera di Ron Stallworth non riesce a bucare lo schermo; non basta la ridondante estetica anni 70 o il continuo citazionismo d’autore e di genere (su tutti quello riguardo il Blacksploitation) . Il problema razziale in America è cosi evidente che solo un’analisi fattuale può dare nuovo vigore alla lotta.

L’uso di alcuni espedienti fotografici potentissimi per sottolineare il vigore delle idee che sbocciavano in quegli anni, o la rapidità con cui la macchina da presa si sposta sancendo i giochi di potere, sono solo alcune delle prodezze registiche messe in scena. In ogni caso, infatti, Spike Lee è in primis un grande filmmaker, e sebbene i contenuti siano scarni, riesce a portare a termine un film tecnicamente impeccabile.

 

Scritto da: Ilaria Micella.