Monografia di Kim Jee-woon. Parte 2

In Cinema, Il Cinema della Corea del Sud, Kim Jee-woon, Monografie, Tomàs Avila by Tomas Avila

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Prima di cominciare avviso i lettori che, come in tutte le altre monografie del sito, sono presenti molti spoiler, necessari per analizzare al meglio i film presi in considerazione.

 FILMOGRAFIA

The Quiet Family, 1998
The Foul King , 2000
Coming Out , 2001 (cortometraggio)
Three  (segmento “Memories”), 2002
Two Sisters, 2003
A Bittersweet Life, 2005
The Good, The Bad, The Weird, 2008
I Saw The Devil, 2010
60 Seconds of Solitude in Year Zero, 2011
-Doomsday Book (segmento “Heaven’s Creation”), 2012
The Last Stand, 2013
-One Perfect Day, 2013 (video short)
The X, 2013 (cortometraggio)
-The Age of Shadows, 2016 (post produzione)

 

 

TWO SISTERS 

Two sisters
Regia: Kim Jee-woon.
Soggetto: Kim Jee-woon.
Sceneggiatura: Kim Jee-woon.
Musiche: Byung-woo Lee.
Direttore della fotografia: Mo-gae Lee.
Produttore: Jae-Won Choi, Jeong-wan Oh, Jung-wan Oh, Ki-min Oh.
Anno: 2003.
Durata:115′.
Paese: Corea del Sud.
Interpreti e personaggi: Kap-su Kim (Padre), Jung-ahYum (madre adottiva), Su-jeong Lim (Soo-mi Bae), Geun-young Moon (Soo-yeon Bae).

 

 

Con il suo terzo lungometraggio il regista si da all’horror con una ghost story molto particolare.

La trama segue la storia di due sorelle inseparabili tornate a casa dopo una lunga malattia in seguito alla tragica morte della madre. Su Mi, la maggiore, nutre un grande rancore nei confronti della matrigna e del padre, considerati colpevoli del dramma, e cerca di proteggere la sorellina Su Yeon, terrorizzata dalla situazione domestica. (Da Mymovies)

Two sisters“Two sisters” rappresenta un punto molto importante della carrierra di Kim Jee-woon, un vero e proprio punto di svolta perché inaugura in un certo senso una seconda parte della sua produzione.
Il regista sembra riprendere il mediometraggio “Memories” che aveva realizzato per “Three” per svilupparne e approfondirne le tematiche. Stiamo parlando di un horror che però è anche un dramma psicologico, dove i fantasmi ci sono ma l’attenzione si concentra più che altro sulla psicologia della protagonista.
Tutto ruota attorno ad una domanda fondamentale che viene posta a Su Mi da uno psicologo all’inizio del film:

“Chi credi di essere?”.

Già da qui si capisce che il tema dell’identità (o meglio dell’impossibilità di riconoscere la propria identità), fulcro attorno al quale ruotava “Memories”, sarà centrale.
Fin dall’inizio siamo introdotti in un’atmosfera inquietante e malata, si capisce che qualcosa non va: i tre personaggi femminili (la matrigna e le due sorelle) non hanno semplicemente un cattivo rapporto, si tratta di qualcosa di molto più disturbante.
Pian piano l’atmosfera si fa sempre più incerta e onirica, il sogno inizia a confondersi con la realtà tra Two sistersapparizioni di fantasmi, violenze perpetrate dalla matrigna verso Su Yeon e il padre che sembra non accorgersi di nulla.
La storia si evolve fino ad arrivare al primo grande colpo di scena, quando scopriamo che la piccola Su Yeon è
morta insieme alla madre: ovviamente questo ribalta le convinzioni dello spettatore facendo virare il film verso il dramma psicologico, concentrandosi sullo sdoppiamento di personalità.
Dopo poco arriva un altro colpo di scena (molto più sorprendente del primo), dove scopriamo che anche la matrigna non era realmente presente ma immaginata anch’essa da Su Mi.

Insomma, in casa, per quasi tutto il film, c’erano soltanto la protagonista e suo padre.
Bisogna prendere atto del fatto che, nonostante la storia tutto sommato non è molto originale, Kim Jee-woon si dimostra molto abile nel metterla in scena.

Difatti, Two Sister, non è il primo film che tratta il tema delle due sorelle (basti pensare a “Le Due Sorelle”[1] di De Palma[2]), tantomeno il primo a concentrarsi sullo sdoppiamento di personalità (la lista in questo caso è ancora più lunga, da “Psycho”[3] a “Doppia personalità”[4] di De Palma) e anche il modo in cui vengono utilizzati i colpi di scena (il cosiddetto plot twist) non è originalissimo (vedi “Il Sesto Senso”[5] e “The Others”[6], Two sistersentrambi film che sul finale ribaltano totalmente la prospettiva).

Nonostante ciò, ancora una volta, il regista riesce a rimescolare i vari elementi ottenendo qualcosa di unico, soprattutto ad un attenta e seconda visione, ci accorgiamo fin da subito di come tutto torni.

Ogni scena, vista sapendo del finale, non solo trova un raccordo ma acquista ancora più senso, per cui tutti gli elementi posti in funzione del finale in realtà sono sempre stati sotto ai nostri occhi fin dal principio. Un esempio emblematico è di sicuro la scena in cui Su Mi e la sorella sono nella veranda: quando arriva il padre si rivolge solo a Su Mi, senza neanche guardare Su Yeon. Anche le inquadrature scelte da Kim Jee-woon in questa scena sono molto eloquenti, infatti Su Yeon viene tagliata e posta fuori campo, mentre vediamo inquadrati solo la protagonista e suo padre.
“Two sisters” funziona anche perché l’atmosfera è creata dall’accumularsi di elementi simbolici che già decontestualizzati sono piuttosto inquietanti e, quando sul finale ricolleghiamo tutti i pezzi del puzzle, acquistano ancora più senso. Anche qui, per far forza alla mia tesi, troviamo ad esempio la scena in cui Su Mi legge il palmo della mano della sorella e cambia completamente espressione, diventando molto cupa, oppure Two sistersl’insistere sul colore rosso che costantemente richiama al sangue che è stato versato nella casa, dai vestiti alla tappezzeria.
In più scene (che siano di apparizioni sovrannaturali o meno) l’attenzione si concentra spesso sull’elemento della mano: vediamo la mano del fantasma afferrare il braccio di un personaggio, in un’altra scena vediamo una mano uscire da sotto la gonna di un fantasma (in questo caso con un rimando al tema del parto) e via dicendo. Solo alla fine tutto diventa chiaro e capiamo perché mai venga data tanta attenzione a questo dettaglio.

Nel flashback che risolve il mistero vediamo la piccola Su Yeon trovare la madre, che si è tolta la vita, dentro ad un armadio e, nel tentativo di salvarla, l’armadio le cade addosso; quando la matrigna va a controllare, dopo aver sentito il forte rumore, troverà l’armadio a terra dal quale fuoriesce la mano di Su Yeon che cerca aiuto: a partire da questo momento, ci sarà questo ritorno ossessivo che rimanda sempre al momento del trauma, l’istante in cui tutto è cominciato.
Di fondamentale importanza è anche una delle ultime scene del film: la matrigna, da sola a casa, trova il fantasma di Su Yeon.

Questa parte è interessante innanzitutto perché prima di aprire l’armadio in cui c’è il fantasma, la donna apre un’altra porta che affaccia su una specie di sgabuzzino vuoto in cui sono attaccate ad una parte quattro cornici senza foto, un elemento simbolico molto forte, che il regista ha spiegato come rimando al tema della distruzione del nucleo familiare: ognuna delle cornici infatti sta ad uno dei quattro membri della famiglia (la madre, il padre e le due sorelle) che, per un motivo o per l’altro, sono stati distrutti dalla tragedia.
C’è anche un secondo motivo per cui questa scena è molto importante ed è ovviamente l’apparizione del fantasma, si tratta quindi del terzo fondamentale colpo di scena.

Considerando che i primi due avevano in un certo senso eliminato l’elemento paranormale virando sul dramma psicologico, tuttavia avevano qualcosa che non tornava: mi riferisco in particolare alla scena in cui sono invitati a cena gli zii di Su Mi, dove succede che la zia sta male e si accascia a terra in preda alle convulsioni e proprio in questo momento si scorge il fantasma di una ragazza nascosto sotto al lavandino. Questa scena infatti era stata lasciata in sospeso fino all’apparizione finale che conferma definitivamente l’esistenza del fantasma, elemento che sancisce il tema della vendetta, sempre caro al cinema coreano, nel contesto di una ghost story.Two sisters
Il fantasma che cerca vendetta è uno dei principali stilemi del j-horror quindi ci troviamo di nuovo davanti ad una rielaborazione di elementi già utilizzati.

Riguardo al lato tecnico, “Two Sisters” è un po’ uno spartiacque nella carriera di Kim Jee-woon in quanto l’attenzione alla componente estetica diventa molto maggiore rispetto ai suoi lavori precedenti (il che era già stato preannunciato dal mediometraggio “Memories”).
Con questo non voglio dire che i suoi primi lungometraggi fossero poco curati, tuttavia da questo film in poi la fotografia e la regia diventeranno sempre più elaborate e curate.

Kim Jee-woon è veramente bravo nel creare tensione senza far vedere quasi mai il “mostro”, per cui le carrellate lentissime che esplorano l’ambiente creano uno stato d’ansia senza necessitare di ricorrere agli ormai abusati jump scares.
Il vero punto di forza però è la scenografia, in particolare la casa in cui è ambientata quasi tutta la vicenda è studiata nei minimi particolari e molto significative sono le tappezzerie delle pareti che hanno una grande forza a livello estetico, tanto che il tema viene già preannunciato dai titoli di testa e spesso gli abiti dei personaggi Two sisterssembrano dei prolungamenti delle tappezzerie.

In conclusione, “Two sister” è un film incredibile, un horror come se ne vedono pochi, sia per la capacità di spaventare che per la voglia di approfondire le psicologie dei personaggi e i temi affrontati.
Soprattutto è il film che decreta il successo di Kim Jee-woon anche fuori dai confini nazionali, tanto che anche da noi è facilmente reperibile in DVD, divenendo ormai un piccolo cult horror.

 

 

A BITTERSWEET LIFE 

A Bittersweet Life
Regia: Kim Jee-woon.
Soggetto: Kim Jee-woon.
Sceneggiatura: Kim Jee-woon.
Musiche: Dalparan, Yeoung-gyu Jang..
Direttore della fotografia: Ji-yong Kim.
Produttore: Eugene Lee, Jeong-wan Oh, Jung-Wan Oh.
Anno: 2005.
Durata:120′.
Paese: Corea del Sud.
Interpreti e personaggi: Byung-hun Lee (Sun-woo), Jung-min Hwang (Presidente Baek), Ku Jin (Min-gi), Min-a Shin (Hee-soo).

 

 

Dopo aver rivisitato l’horror di fantasmi con il clamoroso “Two sisters”, il regista cambia genere dandosi al noir e al gangster movie.

Sun-woo è il killer perfetto: un’implacabile macchina da guerra al servizio del boss mafioso Kang. Quando A Bittersweet Lifequesti chiede a Sun-woo di tenere d’occhio Hee-soo, la sua giovane e attraente compagna, tuttavia, qualcosa non va più per il verso giusto. Sun-woo rifiuta di eseguire un ordine e ne seguirà un’infinita scia di sangue. (Da Mymovies)

Si tratta di una delle punte di diamante all’interno della filmografia di Kim Jee-woon ma ovviamente le categorie di noir e gangster movie sono riduttive e fin troppo strette per il suddetto caso.

Risulta infatti difficile inquadrare con precisione un film come questo considerando che il regista si riconferma un grande rielaboratore e mescolatore di generi e film. In questo caso Kim Jee-woon attinge da diverse pellicole, in giro per il mondo: a partire dai noir di Melville[7] a quelli di Hong Kong, dall’azione di Tsui Hark[8] al pulp di Tarantino[9], ma la lista è ancora lunga.
In ogni caso il regista ha dichiarato che il suo principale modello di riferimento è stato proprio “Notte sulla città”[10], l’ultimo film del già citato Melville, ma come abbiamo detto di riferimenti ce ne sono a non finire, che siano coscienti o meno non importa.
Kim Jee-woon mescola tutti questi ingredienti e li rielabora secondo la sua poetica ottenendo qualcosa di forse non proprio originale ma molto personale, i temi affrontati sono più o meno i soliti che si possono trovare nei noir orientali.A Bittersweet Life

Abbiamo già trattato film di questo tipo nella monografia dedicata al connazionale Jeong-beom Lee[11](qui il link), ma sul confronto trai due ci torneremo dopo.

Come dicevo, i temi sono quelli della vendetta, del tradimento, della redenzione (impossibile) e dell’ineluttabilità del destino.
Il regista realizza un film in cui tutto parte dall’estetica curata nel minimo dettaglio, dalla bellissima fotografia che ci regala degli scorci notturni indimenticabili della metropoli sud coreana alla regia, spesso virtuosistica ma mai meramente autocelebrativa.
Dal punto di vista estetico viene più volte richiamato Park Chan Wook[12] che appena due anni prima aveva realizzato il capolavoro assoluto “Old Boy”[13] e ciò che più avvicina i due è senza dubbio il modo in cui viene presentata la violenza. Infatti in “A Bittersweet Life” non si fanno sconti di alcun tipo allo spettatore, è un film intriso di violenza ma questa viene estetizzata a tal punto da essere spesso elevata a poesia, complice anche la colonna sonora.

L’estetizzazione della violenza è una caratteristica tipica di un certo cinema coreano contemporaneo (ma anche giapponese per esempio) che raramente si vede in occidente, solo pochi registi, come Refn[14] per dirne
uno, sono riusciti ad elevare a tal punto la violenza.

A Bittersweet Life

Oltre a ciò non manca ovviamente il tema della redenzione, anche questo tipico del genere, per cui il protagonista, in questo caso, non vuole lasciare il giro e cercare di cambiare vita ma per una volta non segue l’ordine del boss, ragionando con la sua testa. Inoltre non si riesce a capire con l’esattezza se il protagonista è innamorato della figlia del boss o se è solo rapito dalla sua innocenza: la ragazza viene presentata quasi come una femme fatale e in un certo senso sarà proprio lei a portare lo sventurato protagonista alla rovina, anche se indirettamente. La loro vicenda diventa fondamentale in quanto per tutta la prima parte del film, ha un andamento propriamente noir e ricorda chiaramente “Pulp Fiction”[15], in particolare per quanto riguarda l’episodio di Vincent e Mia.
In seguito però Kim Jee-woon prende una strada completamente diversa, virando più sull’azione e sul dramma: per chi mastica più propriamente film di questo tipo, già è ha conoscenza della possibile fine del protagonista.

Nonostante ciò e nonostante la grande attenzione del regista per la componente più tecnica (cosa che può A Bittersweet Liferischiare di inficiare la componente emotiva) la pellicola riesce a divertire, appassionare e addirittura a commuovere passando da combattimenti a mani nude a parti più poetiche, senza far mancare quel tocco di ironia e di assurdità che troviamo quasi in ogni film del regista.
Quando finalmente Sun-woo mostra compassione verso una persona, viene condannato ad una fine terribile: già solo da questo particolare si coglie come il mondo che viene rappresentato dal regista rientra alla perfezione all’interno del più classico dei noir. Kim Jee-woon concepisce infatti un mondo spietato e cupo in cui la redenzione e la salvezza non sono possibili e quindi non resta altro che la vendetta.

“Un giorno di primavera, un discepolo guardava dei rami che si muovevano al vento. Chiese al suo maestro: <Maestro, sono i rami a muoversi o è il vento?>.
Senza neanche guardare il punto che indicava il suo discepolo, il maestro sorrise e disse:
<Ciò che si muove non sono né i rami, né il vento. È il tuo cuore, è la tua mente>.”

Questa citazione fondamentale che apre il film può essere interpretata in diversi modi e può benissimo ricollegarsi alla tragicità della storia raccontata, in questo particolare contesto sembra quasi significare che le cause della sventura del protagonista non siano da ricercare nel mondo che gli sta attorno, ma dentro di lui.

A Bittersweet Life

“Una notte d’autunno, il discepolo si svegliò piangendo. Il maestro vedendolo gli domando:
<Hai avuto un incubo?>.
<No.>
<Hai fatto un sogno triste?>.
<No maestro> rispose il discepolo <Ho fatto un sogno bellissimo>.
<E allora perché stai piangendo?>.
E il discepolo, asciugandosi le lacrime disse:
<Perché so che il sogno che ho fatto non potrà avverarsi mai>.”

Ricollegandosi fedelmente alla prima, quest’altra citazione invece va a chiudere il film: in questo caso il sogno è quello di una vita diversa, possibilità che il protagonista ha intravisto conoscendo Hee-soo. Lui stesso però ha saputo fin dall’inizio che era un sogno irrealizzabile.

Questa è la differenza che c’è tra film come “The man from nowhere[16] e altri come “A Bittersweet Life”. I temi sono più o meno gli stessi, però Kim Jee-woon riesce ad elevare la sua storia, rendendola molto più profonda e sentita, senza togliere importanza alle scene d’azione e senza rinunciare alla componente estetica, curata fino A Bittersweet Lifeal minimo dettaglio. Il regista riesce ad andare molto più a fondo di molti suoi connazionali, avvicinandosi di più ad un autore come Park Chan Wook che a Jeong-beom Lee.

“A Bittersweet Life” è un grande film, forse uno dei migliori noir coreani degli ultimi anni. Ha ottenuto un buon successo, vincendo svariati premi e ottenendo diverse candidature.

È abbastanza conosciuto anche da noi, dove è stato distribuito e si trova tranquillamente in DVD.

 

IL BUONO, IL MATTO E IL CATTIVO 

Il buono, il matto e il cattivo

Regia: Kim Jee-woon.
Soggetto: Kim Jee-woon.
Sceneggiatura: Kim Jee-woon, Min-suk Kim.
Musiche: Dalparan, Yeoung-gyu Jang.
Direttore della fotografia: Mo-gae Lee, Seung-Chul Oh.
Produttore: Jae-won Choi, Joon H. Choi, Jee-woon Kim, Joo-Sung Kim, Jung-hwa Kim, Miky Lee, Sang-yong Lee, Woo-sik Seo.
Anno: 2008.
Durata:139′.
Paese: Corea del Sud.
Interpreti e personaggi: Kang-ho Song (il matto), Byung-hun Lee (il cattivo), Woo-sung Jung (il buono), Young-chang Song (Kim Pan-joo).

 

Nel 2008 Kim Jee-woon gira il più folle tra i suoi film. Il budget è piuttosto elevato (per essere un film coreano), intorno ai 10 milioni di dollari. Il cast è di prim’ordine
e vanta attori come Kang-ho Song e Byung-hun Lee, volti abbastanza noti anche al di fuori della Corea.

Il buono, il matto e il cattivoIl progetto del regista, in questo caso è molto ambizioso: rivisitare lo spaghetti western in chiave orientale.

Quello che ne esce fuori è una dichiarazione di amore da parte di Kim nei confronti di un certo tipo di cinema che lo ha sempre influenzato (e che influenzerà anche i suoi successivi lavori), infatti, già dal titolo si può capire quale sia il principale oggetto di questo omaggio ovvero “Il buono, il brutto e il cattivo”[17] di Sergio Leone[18], il cui modello viene ricalcato alla precisione.

Tutto ruota intorno ad una mappa che indica la posizione di un tesoro e che porterà tre personaggi ad incontrarsi e scontrarsi. Il film insomma non si basa sulla storia e di sicuro non pretende di essere originale da questo punto di vista, ciò che davvero sorprende è tutto ciò che le ruota attorno.
L’elemento fondamentale attorno cui ruota la pellicola è la follia, si alternano poi momenti seri e molto crudi ad altri parodici e caratterizzati da una comicità demenziale che tuttavia non stona, diventa anzi uno dei maggiori punti di forza del film.

L’alternarsi di registri, unito all’ambientazione lontanissima dagli standard occidentali, da l’impressione di assistere a qualcosa di veramente strano e originale, anche se bisogna ammettere di non trovarsi di fronte al Il buono, il matto e il cattivoprimo western asiatico, e nemmeno il primo che nasce come omaggio al cinema passato: basti pensare all’altrettanto folle “Sukiayaki Western Django”[19] di Takashi Miike[20] del 2007.

Tuttavia “Il buono, il matto e il cattivo” riesce, oltre a divertire, ad avere una forte personalità, questo perché lo stile di Kim Jee-woon è inconfondibile e questo è senza dubbio il film che più si serve della sua acrobatica regia.
Dal punto di vista registico il film infatti è una perla: i movimenti di macchina sono complicatissimi, spesso vengono usati dei piani sequenza incredibili o delle carrellate aeree (come quelle dei titoli di testa) impossibili da non notare e in particolare le scene di azione, i vari combattimenti e inseguimenti, sono girate con grande maestria.

Il regista cita ancora più che negli altri suoi lavori tutti i modelli che lo hanno influenzato. Ovviamente, come già detto, ogni secondo del film sembra un grande omaggio al cinema di Leone ma c’è anche molto altro: in primis senza dubbio troviamo “Mad Max”[21] di Miller[22], omaggiato per via degli inseguimenti nel deserto e per l’ambientazione; abbiamo poi molti richiami a Tarantino, in particolare a “Kill Bill”[23], sia per i combattimenti (ad Il buono, il matto e il cattivoes la canna di bambù scagliata in testa a uno dei nemici) sia per la colonna sonora che, durante l’inseguimento finale nel deserto, si serve della stessa canzone che accompagnava il combattimento tra la Sposa e O-Ren Ishii.
Kim Jee-woon è sempre stato vicino a Tarantino per quanto riguarda il citare e l’omaggiare un certo tipo di cinema, non a caso nel 2013 anche il noto regista statunitense ha omaggiato lo spaghetti western con “Django”[24].

“Il buono, il matto e il cattivo”, nonostante la sua lontananza dal cinema occidentale contemporaneo, riesce a divertire anche il pubblico d’occidente per tutti i 130 minuti di durata, senza annoiare.
La comicità demenziale riesce a non eliminare una certa atmosfera di epicità e malinconia, data soprattutto dai rimandi alla storia della Corea e della Manciuria e a un finale che fa presagire la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova.

Insomma, qui il regista si dedica ad un prodotto di puro intrattenimento ma anche questa volta non rinuncia ad un discorso più serio che qui viene più accennato che realmente affrontato: troviamo infatti, ancora una volta, quella violenza esagerata che, seppure un po’ smorzata rispetto agli altri suoi lavori, è sempre presente.

In conclusione “Il buono, il matto e il cattivo” è uno dei film di Kim Jee-woon più spensierati e spettacolari e si rivolge anche al pubblico occidentale, anche perché il cinema che prende come modello è occidentale, senza però rinunciare alla poetica del regista. Una pellicola leggera e divertente prima di passare all’opera più cruda e estrema a cui si sia dedicato.Il buono, il matto e il cattivo


Continua…

 

Scritto da: Tomàs Avila.

 

Note:

[1] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0070698/?ref_=fn_al_tt_1 .

[2] Link IMDB del regista: www.imdb.com/name/nm0000361/?ref_=tt_ov_dr .

[3] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0054215/?ref_=fn_al_tt_1 .

[4] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0105217/?ref_=fn_al_tt_1 .

[5] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0167404/?ref_=fn_al_tt_1 .

[6] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0230600/?ref_=fn_al_tt_1 .

[7] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0578483/?ref_=fn_al_nm_1 .

[8] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0007139/?ref_=fn_al_nm_1 .

[9] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0000233/?ref_=fn_al_nm_3 .

[10] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0067900/?ref_=nm_flmg_dr_1 .

[11] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0716347/?ref_=fn_al_nm_1 .

[12] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0661791/?ref_=tt_ov_dr .

[13] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0364569/?ref_=fn_al_tt_1 .

[14] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0716347/?ref_=fn_al_nm_1 .

[15] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0110912/?ref_=fn_al_tt_1 .

[16] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt1527788/?ref_=fn_al_tt_1 .

[17] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0060196/?ref_=nv_sr_1 .

[18] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0001466/?ref_=tt_ov_dr .

[19] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0906665/?ref_=fn_al_tt_8 .

[20] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0586281/?ref_=tt_ov_dr .

[21] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0082694/?ref_=nv_sr_3 .

[22] Link IMDB del regista: http://www.imdb.com/name/nm0004306/?ref_=tt_ov_dr .

[23] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt0266697/?ref_=nv_sr_1 .

[24] Link IMDB del film: http://www.imdb.com/title/tt1853728/?ref_=fn_al_tt_1 .