The Purge: una saga americana- Introduzione

In Cinema, Ilaria Micella, The Purge: una saga americana, Tomàs Avila by scheggedivetroLeave a Comment

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Se pensiamo alle saghe horror che hanno fatto la storia, vengono in mente soprattutto quelle nate tra gli anni ’70 e ’80. Non aprite quella porta, Nightmare, Venerdì 13, Hellraiser, Halloween e via dicendo. Saghe ancora vive e che difficilmente moriranno, tra sequel, prequel, remake, reboot e via dicendo.
Hanno dalla loro dei villain così forti da essere entrati nell’immaginario collettivo degli spettatori, tanto che anche i non appassionati di horror si sono imbattuti in personaggi come Leatherface o Freddy Kruger, senza magari sapere chi fossero.

James DeMonaco

James DeMonaco.

Stando sulle saghe più recenti vengono in mente Scream, Final Destination, Saw o gli innumerevoli Paranormal Activity. A queste va aggiunta senza dubbio The Purge che conta per ora 4 episodi (e una serie tv che debutterà a settmebre 2018) e che molto probabilmente vedremo continuare.
Da cosa si capisce se un film, o una saga in questo caso, sta diventando di culto, se sta entrando nell’immaginario collettivo? Un buon modo per comprenderlo sono le parodie. Cartoni animati come I simpson, I griffin o Rick & Morty si nutrono di cultura popolare e tutte le saghe nominate fino a ora sono state citate almeno una volta in serie animate di questo tipo. The Purge, nonostante sia iniziata molto recentemente, nel 2013, non fa eccezione e i creatori di Rick & Morty le hanno dedicato un intero episodio.

Ma perché stiamo parlando di The Purge e non, per esempio, di Paranormal Activity? Perché la saga ideata da James DeMonaco è interessante da molti punti di vista, essendo un prodotto d’intrattenimento rivolto al grande pubblico ma portatore di una forte componente di critica sociale e politica.
Come sempre si ritorna al New Horror americano, punto di riferimento intramontabile di praticamente tutti i registi degli horror più riusciti degli ultimi tempi. Come vedremo anche DeMonaco guarda direttamente agli anni ’70 e in particolare al cinema di Carpenter.

Ripercorriamo quindi i vari episodi della saga, molto interessante perché specchio del clima politico e dei cambiamenti che hanno segnato gli Stati Uniti negli ultimi anni.
Ma prima una breve introduzione.

Scritto da: Tomàs Avila.

 

Indice:
Introduzione  (di Ilaria Micella)
-La notte del giudizio (2013)
-Anarchia: la notte del giudizio (2014)
-La notte del giudizio: Election Year (2016)
-La prima notte del giudizio (2018)

 

INTRODUZIONE 

I radical chic non affollano i multisala il 31 ottobre nel rituale collettivo della saga sanguinolenta. I radical chic piuttosto festeggiano le idi di Marzo. I radical i film, se non ci possono a) rimorchiare la tipa che su Facebook si chiama Jean Seberg Godard Truffaut b) vincere la gara a chi riesce a reggere più a lungo le palpebre spalancate – attenzione! Senza aiuto di mezzi meccanici alla cura Ludovico – durante la visione dell’ultimo film del filippino premiato a Cannes, non li guardano. Ai radical i film che sbancano il botteghino non solo non piacciono, ma stimolano la secrezione di bile. Già solo a sentir nominare la parola botteghino ho un tremito che hhh. È una questione di qualità, diceva qualcuno, e aveva ragione. Però poi un giorno ti svegli e tutte le tue battute sulla fine del mondo si sono avverate, e forse nemmeno nel tuo cinecircolobocciofilo di fiducia, in cui sta sera proiettano un incredibile film di Dreyer restaurato, riuscirai a trovar pace.

Black Mirror Che si fa adesso? Nella contemporaneità in cui i comizi si fanno via Twitter e le sfiducie col pulsante di X Factor, forse, bisogna imparare a navigare, ma portatevi una molletta che il mare puzza e anche tanto. Se il livello di un discorso politico – no, non degli influencer nelle stories di Instagram, ma di quelli da camere affrescate e tende damascate – si evince dal numero di improperi utilizzati contro questa o quell’altra minoranza (a piacere anche maggioranza, dipende dalla dose di bagnacauda della sera precedente) etnica, religiosa o etnico-religiosa, vi ricordo che miei cari cinefili, anche voi, contro ogni statistica fattuale vi sentite una minoranza. Allora bisogna aguzzare l’ingegno, farsi più furbi del nemico, o quantomeno, cominciare a trattarlo come tale. L’appiattimento culturale sembra talmente irreparabile da aver causato un appiattimento della lingua, ormai una metalingua dell’internet, in cui le discussioni si fanno con memes e prese di posizione ironiche, che non solo non danno alcun contributo al dibattito ma lo annientano direttamente.

Il linguaggio è semplice, quindi un film semplice, ogni tanto, può essere la risposta. La saga di The Purge, non si propone come nuova Libertà che guida il popolo, ma si affianca a prodotti altrettanto validi, Black Mirror per citare il più famoso, nell’instillare nel grande pubblico quella scintilla di dubbio sulle sorti dell’umanità. Certo, entrambi si basano su una retorica estremamente povera, alle volte banale, che fa emergere dei problemi che sono già ben più che concreti in contesti distopici, e che spesso, più che farci oscurare la webcam del computer, risulta talmente tanto debole e sovra semplificata da non riuscire ad avere un impatto concreto. Eppure, è proprio quello che ci serve. Se per Black Mirror il male supremo è la tecnologia, nell’universo di The Purge è lo Stato, anzi, veramente sopra lo stato c’è una sorta di spirito santo moderno incarnato dal Denaro.

Lo stato assume le forme di un’entità pseudo religiosa, I Nuovi Padri Fondatori, che a quanto pare (nei primi tre capitoli non viene spiegato come e perché siano al potere, ma non è fondamentale) hanno trovato la soluzione a tutti i problemi dell’umanità in 12 ore di completa anarchia. Titoli altisonanti a parte, l’anarchia non c’entra niente. Si può parlare, in modo migliore, dell’illusione di una completa anarchia, quando in realtà si tratta di circo. Uno di quelli alla romana, con i gladiatori e i leoni. I 3 minuti d’odio non bastano più per convogliare il malcontento dell’umanità, quindi li si eleva esponenzialmente, si forniscono armi, si fomenta un clima di paura e terrore, si prende i popcorn e ci si gode lo spettacolo. A quanto pare, è stata un’idea geniale, i più grandi problemi della contemporaneità sembrano essere risolvibili solo tramite un po’ di quella vecchia e cara ultraviolenza. Disoccupazione in calo, criminalità idem, tutti sono più tranquilli e nessuno ha più bisogno di fare yoga.

The PurgeIn queste dodici ore, guarda caso, le istituzioni non possono essere attaccate, i soldi vengono fatti sparire dalle banche, al massimo se sei fortunato trovi qualche dipendente della borsa. Cosa rimane? Al ricco il più ricco, ai ricchi i poveri, ai poveri i più poveri, e a quanto pare a tutti i neri e gli ispanici (ovviamente quelli poveri).

I ricchi sono i protagonisti del primo capitolo, i privilegiati, quelli che dietro le inferriate delle loro magioni dovrebbero essere al sicuro. Ma tutto può succedere nella notte del giudizio, e allora quando un tranquillo universitario, ricco come e più di te, ti si presenta alla porta con il suo sorriso smagliante – a metà tra il Jocker e Micheal Pitt in Funny Games – e ti chiede per favore se gli ridai il suo giocattolino umano nero per la notte, tu che fai? Smetti la maschera di ipocrisia, di bieco supporto ma non coinvolgimento, e ti metti alla caccia di questo dannato dimenticato da Dio che è entrato in casa tua. Alla fine, magari muori anche, e sai chi salva la tua famiglia dai tuoi sadici e invidiosi vicini di magione? Proprio lui, il maledetto che ha turbato il tuo candore, quello su cui non hai esitato un secondo a girare il coltello nella piaga, sì letteralmente. Ok è una retorica facilona, ma serve, ve lo ripeto.

Nel secondo capitolo si parla della minoranza per eccellenza, le persone di colore (quelli del ghetto, dopotutto gli stereotipi sono il sale della vita). Veniamo a conoscenza dell’esistenza di un gruppo di dissidenti (neri) che lotta contro i NPF. A parte il divertente siparietto della vendita di esseri umani ad un’asta di beneficienza in pieno stile Upper East Side, in questo capitolo il rimando all’entità suprema il Denaro, è meno sottile, non si usa più il tramite della borghesia, è proprio il denaro il punto. Tanto che è proprio un gruppo di giovani di colore che usa la notte del giudizio per spillare soldi ai ricconi della città, vendendo i suoi compari del ghetto al miglior offerente. E tanti saluti alla lotta di classe.

The PurgeElection year, il terzo capitolo della saga. Finalmente si concretizza la resistenza e si inizia a diffondere il pensiero dissidente. Si insinua, persino nei telegiornali, che il vero piano dello Stato è il controllo demografico della popolazione tramite il rituale sterminio della classe indigente. Il gioco politico è al centro della scena, con le sue talpe, i venduti e i militari con i tatuaggi nazifascisti, un classico. Il turismo del terrore è solo un occhiello ma è particolarmente realistico Come siamo arrivati fin qui, si chiede una fin troppo angelica senatrice.. La risposta nelle parole di un esponente di spicco dei NPF, che dal suo opulento ufficio chiosa qualcosa come: le risorse sono scarse e non bastano per tutti; ovvero come fanno questi straccioni a non capire che ammazzandoli gli salviamo da una morte di stenti mentre mangiamo caviale e champagne. Nel mentre, il culto dei NPF prende sempre di più le sembianze di una setta elitaria religiosa e alla fine: “i vecchi padri fondatori daranno il ben servito ai nuovi padri fondatori, ironico non trovate?” Ma poi cosa pensavate, nei film, i buoni non vincono mai.

Se vi ricordate gli zombi da centro commerciale di Romero, l’invasione aliena-zombi di Carpenter, i nuovi terroristi di Cronenberg o le bambole micidiali di Rob Zombie, capirete come da sempre l’orrore – soprattutto quello di serie B – è il mezzo tramite il quale i messaggi controversi riescono a raggiungere il grande pubblico, intatti nella loro semplicità.

 

Scritto da: Ilaria Micella.