The ghost of Brian Jones

In AlexD., Musica by scheggedivetro

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I Brian Jonestown Massacre sono una compagine di musicisti statunitensi (San Francisco, CA) che, sin dagli albori del 1990, opera con indefessa onestà nel sottosuolo dell’industria musicale, da essa ignorati e fieri di esserlo. Autori di un psych-rock peculiare, che pesca a piene mani nell’epopea psichedelica dei ’60 e si amalgama educatamente con influenze più o meno marcate di garage, folk e musica orientale, sono stati fra gli esponenti più abili (è d’obbligo, a parer di chi scrive, citare a questo proposito anche le imprescindibili gesta del collettivo Elephant 6) della cosiddetta neo-psichedelia. Non è errato rilevare nella figura del frontman Anton Newcombe il cervello dominante, il cuore ardente della banda, nonché unico suo membro fisso.
Newcombe è una figura assai eccentrica, archetipo ideale del “genio e sregolatezza”, massima che sovente tende a banalizzare la cifra artistica di taluni personaggi, ma tant’è. Di certo il Nostro mai ha disdegnato l’impiego di sostanze alteranti che, come sdoganato dai capelloni della Summer Of Love, ampliano la mente, abbassando livelli di consapevolezza e lucidità psicofisica e favorendo, per così dire, il processo creativo (diceria che ben mi guardo dallo smentire). Ebbene, lungi da me l’idea di imbarcarmi in dissertazioni moraleggianti riguardo l’uso di prodotti psicotropi, confesso invece che di musicisti così artisticamente integri, acuti nel sapersi rinnovare e qualitativamente eccellenti non ne conto poi tanti. Se poi consideriamo che i BJM vantano una discografia assai pingue (14 album studio, una ventina tra EPs e singoli e 7 raccolte), la cui evidente prolissità è controbilanciata da un non meno visibile pregio artistico, possiamo concludere che forse il buon Anton l’etichetta di “sregolato” ha saputo, se non tradirla, perlomeno addolcirla da svariati anni di musica pregevole.

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Lo scorso 5 febbraio Newcombe è riemerso dalla sua quiete berlinese e ha annunciato ai microfoni del NME l’uscita della quindicesima fatica in studio dei BJM, Musique De Film Imaginé. Così, a distanza d’una decina di mesi scarsi dal loro ultimo lavoro in studio (Revelation), Anton e (nuovi) soci ritornano sul banco degli imputati. Lo scopo prescelto, questa volta, è stato quello di creare una colonna sonora per un ipotetico film della Nouvelle Vague, rendendo quindi chiaro omaggio al celeberrimo movimento cinematografico francese ed ai suoi protagonisti (François TruffautJean-Luc Godard, Claude Chabrol, Éric Rohmer). La dichiarazione del frontman (riportata qui di seguito) è stata accompagnata dall’anteprima di un singolo, A Philadelphie Story, al quale la cantante ed attrice francese Soko ha prestato le corde vocali. Registrato interamente a Berlino negli studi di Newcombe (il secondo, dopo Revelation), il disco uscirà per la sua etichetta A Records, e sarà disponibile sugli scaffali (dei più arditi, ndr) dal prossimo 27 aprile.

“L’album che vi accingete ad ascoltare è una colonna sonora, una mia creazione, un tributo a grandi registi di un’epoca che adesso sembra appartenere al passato. Si lasci alla persona intelligente il compito di immaginare che quest’arte ora potrebbe essere l’ombra della gloria che fu. La cosa interessante di questo progetto è che il film non esiste neppure. Nonostante ciò, ho immaginato e creato la sua colonna sonora… Ora è il vostro turno, siete gli ascoltatori che immaginano il film”

Gradirei cogliere la scia di questo lieto annuncio per riportare alla mente dei discendenti di Enea una delle più belle uscite del complesso, Take It From The Man. Il ’96, anno della pubblicazione del disco, fu un anno di eccezionale opulenza per i BJM, che nel giro di dodici mesi pubblicarono la bellezza di tre dischi (Take It From The Man, Their Satanic Majesties’ Second Request e Thank God For Mental Illness), per un totale di 49 canzoni, nonchè quasi tre ore e mezza di musica (più di 206 minuti, di cui 33 solo per la leggendaria traccia composita Sound Of Confusion). Take It From The Man è l’album che forse meglio di tutti mette in luce l’intrigante ossessione che Anton e colleghi hanno per i Rolling Stones e per il loro compianto leader.
Chi aveva capito tutto già dal nome si merita, senza esitazione, la medaglia di “Sherlock del mese”.
L’Oraezeronove di durata del disco è tutta all’insegna di un rock tipicamente anni Sessanta, dove un rhythm n’ blues sferzante (In My Life, Oh Lord – ringraziamento #1 al troppe volte bistrattato Matt Hollywood) s’accompagna ad un rock n’ roll strascicato alla Stones (Caress) e ad un blues americaneggiante, rivisitato in chiave “bianca” (Take It From The Man, B.S.A.). Vi sono gli echi beatlesiani di Who?, il jangle dei Byrds nell’opener Vacuum Boots, ed il cantato gutturale dei menestrelli di Chicago (Monkey Puzzle). Delicato ed evanescente è l’omaggio al Duca Bianco (Since I Was Six, la cui progressione di accordi ricalca, ça va sans dire, Space Oddity), dove spicca l’estatica fisarmonica di Newcombe. L’anima lisergica dell’ensemble permea l’intero disco, e trova sfoghi onorevoli nell’epica, leopardiana e viscerale Cabin Fever (ringraziamento #2 al troppe volte bistrattato Matt Hollywood), nella riverente My Man Syd (agli “Sherlock” di cui sopra il compito di rivelare l’identità di questo fantomatico Syd) e nella monumentale Straight Up and Down (Long Version), jam incendiaria dall’incedere stregato, dove trionfano gli ossequi a Stones e Beatles (Sympathy For The Devil e Hey Jude), e che si prende l’onere di chiudere onorevolmente il disco.

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Il risultato è superlativo. È godimento puro.
Ciò che rende questo Lp così straordinario è il fatto che, pur avendo noi ben presente il bacino di musica dal quale attinge per trarre ispirazione, non si ha mai il sentore di trovarsi davanti ad una mera imitazione dei musici di qualche decennio prima. Sbagliano coloro i quali riducono semplicisticamente questo disco a nulla più che un compendio della musica rock anni Sessanta. I Brian Jonestown Massacre rielaborano in una chiave del tutto personale la musica che hanno ingurgitato, e quello che ricacciano non può proprio essere considerato derivativo. Tutt’al più anacronistico, ma anche su questo ho seri dubbi. E sarebbe altresì un torto imperdonabile considerare Newcombe un triste epigono dei ben più celebri suoi predecessori, avendo Illo dato prova di saper spaziare con dimestichezza tra innumerevoli generi musicali, sempre accorto a non scadere in plagi infelici. I BJM, difatti, sono probabilmente riusciti nella titanica impresa di “Uccidere i propri idoli”, obiettivo da molti inseguito, da pochissimi (issimi-issimi) raggiunto. La loro musica è sporca, imprecisa, selvaggia e niente affatto schiava delle proprie influenze, anzi, continuamente alla ricerca di soluzione inedite.
Nel bene e nel male, questo è un disco dal quale non si può proprio prescindere.

E così (stesso anno, stesso Paese), mentre Newcombe e compari pubblicavano uno delle uscite “cardine” della musica dei ’90 e si apprestavano a godere di un sincero anonimato, la società occidentale si accingeva a decretare il successo planetario di Backstreet Boys, glorioso album d’esordio della band omonima.
Ma d’altronde si sa, il mondo è bello perchè avariat..ehm, vario. Intendevo vario, si.