Rip! A Remix Manifesto

In AlexD., Musica by scheggedivetro

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Rip! A Remix Manifesto è un documentario del regista canadese Brett Gaylor, realizzato nel 2008 per la EyeSteel Film. Tratta il tema del copyright, dalle sue origini sino alla contemporaneità, mostrando limiti e difetti dell’odierno sistema di leggi per la tutela dei diritti d’autore. Rip! A Remix Manifesto è un progetto open source, che ha beneficiato della collaborazione e del contributo di centinaia di utenti sul sito Open Source Cinema, creato appositamente dal regista stesso, al fine di rendere il documentario un’opera “collettiva” a tutti gli effetti.

Internet. Condivisione. Sono queste le coordinate dalle quali partire, le parole chiave. L’avvento di internet ha permesso a chiunque in possesso di un dispositivo collegabile alla rete di usufruire gratuitamente dei file su di essa caricati. Non solo. Ognuno ha la possibilità di mettere in rete i propri file, creando così un reticolato fitto di elementi condivisi. Da quando, nel 1991, il World Wide Web ha fatto la sua comparsa, la rete si è trasformata nella più gigantesca libreria virtuale del mondo, sottraendo il monopolio dei prodotti artistici – musicali, nel nostro caso – alle multinazionali, che ne detenevano i diritti. Le persone dispongono del materiale messo in rete e hanno piena libertà di azione nei confronti di questo. Possono fruirne illimitatamente e, cosa ancor più significativa, possono manipolarlo.
Prendere suoni da vecchie canzoni. Modificarli. Sovrapporli ad altri. Si costruisce così un mash-up.
La questione quindi è se sia legittimo utilizzare gratuitamente creazioni che, dal punto di vista legale, hanno un proprietario.

Si fronteggiano due schieramenti ideologicamente opposti: le multinazionali proprietarie dei diritti (copyright) e il contingente – nelle cui fila si schiera il regista Gaylor – a favore del pubblico dominio (copyleft). Per Gaylor è essenziale che il dominio dei prodotti artistici sia pubblico, in modo che i fruitori possano, a loro volta, costruire liberamente a partire dalle creazioni del passato. Come è sempre stato, peraltro (assai pertinente è l’esempio di W. Disney). Gaylor è obiettivo nel constatare il carattere ormai troppo pervasivo della rete. Impossibile perciò porre un freno a questa tecnologia. Si può solo criminalizzarla (Digital Rights Management). Insomma, sembra si voglia tenere la cultura sotto chiave, conclude il regista.
L’autore del documentario sintetizza queste considerazioni nel Manifesto del copyleft:
1- La cultura è sempre costruita nel passato
2- Il passato cerca sempre di controllare il futuro
3- Il futuro sta diventando sempre meno libero
4- Per costruire una società libera è necessario limitare il controllo del passato

Limitare il controllo del passato. L’obiettivo che si propone la Creative Commons, associazione volta a tutelare la condivisione e la libera fruizione del materiale creativo, nel rispetto della legalità. A questo proposito il regista ci porta in Brasile, a Rio De Janeiro. Qui ci mostra una fervida attività musicale, innovativa, animata da una comunità entusiasta. Il Brasile sembra perseguire un modello di condivisione equo, che rispetta i diritti e permette la libera fruizione dell’arte.
Come a dire: “esistono realtà dove una cultura svincolata dall’idea di profitto è ancora possibile. Dove la cultura non è mercimonio ma un patrimonio umano, di cui gli uomini possono liberamente godere”.

Gaylor si rivolge direttamente agli spettatori del documentario. A noi, liberi fruitori dell’arte. Le regole del gioco sono nelle nostre mani. Sta a noi agire, non essere più ascoltatori passivi. È nella collaborazione tra noi fruitori che viene riposta la fiducia per il cambiamento. Creare e condividere. Cambiare le regole.
Riflettiamoci, perlomeno.

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