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Paul Verhoeven: un olandese a Hollywood parte 3- Basic Instinct e Showgirls

In Cinema, Paul Verhoeven: un olandese a Hollywood, Tomàs Avila by Tomas AvilaLeave a Comment

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Indice:
1 –Introduzione
2 –Periodo olandese
3 –Il cinema Reaganiano
4 –Periodo americano
4.1 –L’amore e il sangue
4.2 –Robocop
4.3 –Atto di forza
4.4 –Basic Instinct
4.5 –Showgirls

 

4.4 BASIC INSTINCT

Regia: Paul Verhoeven.
Soggetto: Joe Eszterhas.
Sceneggiatura: Joe Eszterhas.
Colonna sonora: Jerry Goldsmith.
Direttore della fotografia: Jan de Bont.
Montaggio: Frank J. Urioste.
Produttore: Carolco Pictures, Canal+.
Anno: 1992.
Durata: 127′.
Paese: USA, Francia, UK.
Interpreti e personaggi: Micheal Douglas (Detective Nick Curran), Sharon Stone (Catherine Tramell), George Dzundza (Gus), Jeanne Tripplehorn (Dr. Beth Garner).

Arriviamo a Basic Instinct, del 1992, il primo vero film scandalo del periodo hollywoodiano di Verhoeven.
Ancora una volta alla base c’era una sceneggiatura che girava da più di dieci anni, infiniti attori considerati per interpretare il protagonista (da Chuck Norris a Robert De Niro, passando per Tom Hanks, Sylvester Stallone e molti altri).
Stessa cosa per la scelta della co-protagonista che, in seguito a molti nomi scartati e a molte attrici che rifiutarono (come Kim Basinger, Meg Ryan, Demi Moore e Julia Roberts), alla fine ricadde su Sharon Stone, già presente in Atto di forza, il precedente film del regista.

Quindi abbiamo una sceneggiatura a metà strada tra il noir classico e l’erotico, Sharon Stone nel ruolo più importante della sua carriera e 50 milioni di budget per realizzare un film che rientrasse nei canoni hollywoodiani. Il resto è storia.

Siamo a San Francisco. Un cantante viene trovato morto in circostanze che non lasciano dubbi sul fatto che a commettere l’omicidio sia stata una donna. Viene sospettata una scrittrice, Catherine, e delle indagini si occupa l’agente Nick. Tra i due ci sarà una relazione, ma Nick riuscirà anche a scoprire il colpevole. (da Mymovies)

Cosa dire di Basic Instinct che non sia ancora stato detto? Ovviamente, di nuovo, stiamo parlando di un cult. Probabilmente del cult assoluto di Verhoeven, il che non comporta che sia il suo film migliore.

Come abbiamo visto, Verhoeven non è nuovo al genere erotico. Quasi in tutti i suoi film olandesi il tema del sesso era centrale e non mancavano scene esplicite, con nudi integrali (maschili e femminili) e scene di sesso impensabili in un contesto hollywoodiano.
Sono palesi soprattutto le affinità tra Basic Instinct e Il quarto uomo, il film che portò il regista a lavorare oltreoceano. In entrambi abbiamo un uomo (un detective nel primo, uno scrittore nel secondo) che sprofonda in una spirale di follia e violenza, a causa di una donna, una dark lady da cinema noir.

La cosa interessante è vedere come il regista abbia trattato la stessa materia in modi molto diversi, a seconda del contesto in cui si trovava.

Come spesso è accaduto con i suoi film, anche in questo caso la maggior parte della critica e del pubblico del tempo ha frainteso o completamente incompreso Basic Instinct, liquidandolo come un filmetto mal riuscito e un semplice scandalo mediatico.

Bene, a distanza di anni, possiamo dare a Basic Instinct il peso che merita. Si tratta probabilmente di uno dei tre thriller più influenti degli anni ’90, insieme a Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme e Seven di David Fincher. Tre film che hanno settato degli standard, dando il via a un filone di thriller dalle atmosfere cupe e malsane che avrebbe portato, tra gli altri, a un altro caso di scandalo mediatico, come quello di Saw- L’enigmista, giusto per nominarne uno.

Basic Instinct in particolare rilanciò un certo tipo di thriller con una forte componente erotica, che ormai è quasi del tutto scomparso.

L’intelligenza del regista, e dello sceneggiatore Joe Eszterhas che collaborerà anche al successivo film di Verhoeven, Showgirls, sta nel montare uno scandalo a tavolino, senza in realtà mostrare niente di particolarmente scandaloso.

Siamo ben lontani dalle scene pornografiche di Spetters o da quelle soft-porn di Il quarto uomo.
In Basic Instinct si vede poco, si gioca molto di più con il non visto e con la fantasia dello spettatore (come tipico del cinema hollywoodiano classico).
Ne è l’esempio perfetto la scena più famosa del film, in cui Sharon Stone, senza mutande e con le gambe accavallate, mostra il pube per una frazione di secondo. Una scena entrata nell’immaginario collettivo, molto più erotica che pornografica e, nonostante ciò, fonte di scandalo.
Scena che per altro, stando alle dichiarazioni di Sharon Stone, è stata girata a tradimento dal regista[1], così come una scena di sesso tra i personaggi di Douglas e della Tripplehorn.

Paradossalmente quindi è un film molto meno esplicito di quanto non sia stato detto ai tempi, nonostante ciò diventato uno dei film scandalo più famosi, sullo stesso piano di opere come Ultimo tango a Parigi di Bertolucci.

Il regista si è contenuto, consapevole di operare in un contesto hollywoodiano e prendendosi gioco del pubblico e della società americana del tempo.

L’ironia tipica di Verhoeven la si ritrova anche qui, specialmente nella caratterizzazione di tutti i poliziotti, che sembrano usciti da un film di serie b.
Fondamentale è la rielaborazione e il gioco postmodernista coi generi hollywoodiani.
L’entrata di Leilani Sarelle in cima alle scale non può non far pensare alla Barbara Stanwyck di La fiamma del peccato. Le aspettative dello spettatore verranno però disattese, non essendo lei la femme fatale.
Ovviamente, sia il personaggio della Sarelle che quello della Stone hanno i capelli biondi, in pieno stile Hitchcockiano. Di Hitchcock ritornano poi i cambi di personalità (con annessi cambi di colore dei capelli e l’ossessione di somigliare a un’altra persona).
Il personaggio di Michael Douglas poi attinge a piene mani dalla sconfinata lista di poliziotti duri che si pongono al di sopra della legge, non a caso è soprannominato dai colleghi “Giustiziere”.

Ma il vero sfottò è il film stesso, ovvero, come già detto, uno scandalo costruito a tavolino, e in realtà più innocente di altre opere del regista, apposta per scandalizzare il pubblico americano perbenista e la facciata puritana di una società che Verhoeven critica aspramente in ogni sua pellicola.

Non sorprende quindi che Basic Instinct abbia attirato le critiche di chiunque: delle associazioni religiose, dei progressisti che lo accusavano di fascismo, delle comunità LGBT che criticavano la rappresentazione della bisessualità collegata a un personaggio negativo e via dicendo.

Tutto ciò non ha fatto che giovare al successo commerciale del film, che resta il maggiore di Verhoeven.
Ed è il caso di aggiungere che tutti gli scandali cresciuti attorno a Basic Instinct non fanno altro che confermare quelli che erano gli intenti del regista. Accusato di misoginia, di oggettificazione della donna, di fascismo e di qualsiasi altra cosa, le orde di scandalizzati non si sono resi conto che il gioco di Verhoeven è proprio questo: mettere alla berlina la società utilizzando gli strumenti offerti dalla stessa società. Mettere in luce lo squallore e il vuoto di un’epoca storica (quella reaganiana e post-reaganiana) con un prodotto che, intelligentemente, mette in scena tutto ciò di cui Verhoeven venne accusato ai tempi.

Queste riflessioni, portate avanti fin dai suoi primi film americani, raggiungeranno la massima espressione con le due opere successive: Showgirls e Starship Troopers.

Im. 33: Basic Instinct, di Paul Verhoeven, 1992.

Im. 34: Basic Instinct, di Paul Verhoeven, 1992.

Im. 35: Basic Instinct, di Paul Verhoeven, 1992.

Im. 36: Basic Instinct, di Paul Verhoeven, 1992.

Im. 37: Basic Instinct, di Paul Verhoeven, 1992.

 

4.5 SHOWGIRLS

Regia: Paul Verhoeven.
Soggetto: Joe Eszterhas.
Sceneggiatura: Joe Eszterhas.
Colonna sonora: David A. Stewart.
Direttore della fotografia: Jost Vacano.
Montaggio: Mark Goldblatt, Mark Helfrich.
Produttore: Carolco Pictures, Chargeurs, United Artists, Vegas Productions.
Anno: 1995.
Durata: 127′.
Paese: USA, Francia.
Interpreti e personaggi: Elizabeth Berkley (Nomi Malone), Kyle MacLachlan (Zach Carey), Gina Gershon (Cristal Connors), Glenn Plummer (James Smith).

In seguito al grande successo (e allo scandalo) di Basic Instinct, Verhoeven si dedicò a quello che tuttora considera il suo miglior progetto hollywoodiano: Showgirls, ancora in collaborazione con lo sceneggiatore Joe Eszterhas.
L’idea era quella di realizzare una sorta di musical aggiornato ai nostri tempi (fine anni ’90), ambientato a Las Vegas. Lo scandalo è assicurato.

Nomi Malone ha un passato oscuro e un presente incerto nel topless bar Stardust. La sua ambizione più sfrenata consiste nel diventare protagonista del musical “Dea” allo Stardust. Sul palcoscenico e dietro le quinte, tra una movenza di “lap dance” e un omicidio, Nomi ritroverà se stessa. (da Filmtv)

Come fece Coppola con Un sogno lungo un giorno, Verhoeven cercò di prendere uno dei generi classici hollywoodiani, il musical, e dargli una nuova veste, più contemporanea, infondendoci il suo stile e le sue ossessioni.
Come Coppola, scelse Las Vegas, lo stesso anno del capolavoro di Scorsese che racconta la città simbolo del sogno americano, la città dove chiunque può fare soldi e diventare qualcuno.

Showgirls è una sorta di favola moderna: inizia con Nomi, di cui non sappiamo nulla, che arriva a Las Vegas, dove scoprirà i risvolti positivi e quelli negativi dell’american dream, e finisce, circolarmente, con Nomi che se ne va via senza una meta precisa, tornando al punto di partenza. È come una montagna russa in cui passa dall’essere una persona qualunque al diventare la star più popolare di Las Vegas, per poi ritornare all’anonimato (per scelta questa volta).

Va detto per prima cosa che con Showgirls, Verhoeven riconferma di essere uno degli ultimi baluardi di un cinema dei corpi, della carnalità e dell’erotismo, in un periodo, quello degli anni ’90, in cui l’avvento delle tecnologie digitali e di internet stava portando sempre di più a una smaterializzazione dei corpi, in favore delle realtà virtuali, degli attori ricreati in CGI e di un mondo sempre più interessato all’immagine che alla fisicità. Il regista aveva già affrontato il tema della realtà virtuale con l’avvenieristico Atto di forza, che aveva anticipato di quasi un decennio i più grandi successi del filone della realtà virtuale.

Verhoeven, venendo da un cinema d’autore con un particolare interesse all’erotismo, costruisce un circo volutamente barocco e volgare, senza farsi problemi a mostrare scene di nudo (anche integrale) che gli valsero il divieto ai minori di 18 anni in Italia e la solita serie di polemiche sterili.

La volgarità e l’esasperazione del mondo dello spettacolo di Las Vegas non vennero accolte bene dai critici dell’epoca: “Paul Verhoeven, rimbambito da troppe tette al silicone, finisce col condividere lo sguardo ottuso della sua insipida eroina” scrisse Paolo Mereghetti, sottolineando uno degli elementi chiave del film: il silicone.

Verhoeven, come già nei suoi precedenti americani, realizza un film volutamente gonfio, siliconato, specchio dell’epoca post-reaganiana, concentrandosi questa volta sui corpi femminili, quasi tutti modificati dalla chirurgia estetica, corpi di plastica, oggetto del desiderio maschile, che nascondono l’assenza totale di valori di un’epoca dominata dall’edonismo e dall’arrivismo più sfrenati.

Nomi rappresenta invece la purezza che viene contaminata dal mondo in cui entra a far parte, salvo poi fare in tempo a ritornare sui suoi passi, non accettandone le regole e scegliendo di abbandonarlo, insieme ai suoi sogni.

I personaggi di contorno sono tutti più o meno negativi, specialmente quelli maschili, tra chi ha deciso di stare al gioco, come Cristal e chi invece approfitta della propria posizione di potere, come Carver o Zack.

E osservando la Las Vegas di Verhoeven viene da citare una battuta del Comico di Watchmen: “Cos’è successo al sogno americano?” “Si è avverato”.

Un circo spettacolare di corpi siliconati e individualismo senza freni, in cui ognuno può riuscire ad avere successo se è disposto a vivere la propria vita recitando un personaggio costruito appositamente.
La vita stessa diventa quindi una messa in scena, uno spettacolo teatrale, come ci fa intuire Nomi in una scena che cita apertamente il capolavoro di Bob Fosse All That Jazz, in cui la protagonista si prepara a recitare la propria parte per l’ultima volta prima di farsi vendetta e scappare.

Inutile dire che, a differenza di Basic Instinct, Showgirls floppò clamorosamente, incassando solo 20 milioni di dollari a fronte dei 45 di budget e fu uno dei film più premiati degli anni ’90 a Razzie Awards, premi che vengono assegnati ai peggiori film. Un fallimento che segnò profondamente sul nascere la carriera di Elizabeth Berkley. E pensare che inizialmente, al suo posto, si era pensato a Sharon Stone.
Col tempo è stato rivalutato, soprattutto dai fan del regista, diventando un piccolo cult.

Im. 38: Showgirls, di Paul Verhoeven, 1995.

Im. 39: Showgirls, di Paul Verhoeven, 1995.

Im. 40: Showgirls, di Paul Verhoeven, 1995.

Im. 41: Showgirls, di Paul Verhoeven, 1995.

Im. 42: Showgirls, di Paul Verhoeven, 1995.

 

Continua…

 

Scritto da: Tomàs Avila.

 

Note:

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Basic_Instinct