Paul Verhoeven: un olandese a Hollywood parte 2- Robocop e Atto di forza

In Cinema, Paul Verhoeven: un olandese a Hollywood, Tomàs Avila by Tomas AvilaLeave a Comment

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Indice:
1 –Introduzione
2 –Periodo olandese
3 –Il cinema Reaganiano
4 –Periodo americano
4.1 –L’amore e il sangue
4.2 –Robocop
4.3 –Atto di forza

 

4.2 ROBOCOP

robocopRegia: Paul Verhoeven.
Soggetto: Edward Neumeier, Michael Miner.
Sceneggiatura: Edward Neumeier, Michael Miner.
Colonna sonora: Basil Poledouris.
Direttore della fotografia: Jost Vacano, Sol Negrin.
Montaggio: Frank J. Urioste.
Produttore: Orion Pictures.
Anno: 1987.
Durata: 102′.
Paese: USA.
Interpreti e personaggi: Peter Weller (Murphy/ RoboCop), Nancy Allen (Lewis), Dan O’Herlihy (The Old Man), Ronny Cox (Jones), Kurtwood Smith (Clarence).

Nonostante l’insuccesso commerciale di L’amore e il sangue, la Orion Pictures ci riprovò, questa volta sulla scia del successo ottenuto da Terminator di James Cameron, e finanziò anche il secondo film americano di Verhoeven, Robocop, questa volta vedendoci giusto.

Una poliziotto è catturato da una banda di gangster cui dava la caccia, torturato e ucciso. Ma qualcosa di lui rimane viva e viene innestata in un robot che il capo della polizia fa adottare dal corpo per gli incarichi più pericolosi (è invulnerabile). Ma il robot ha la memoria dell’agente ucciso e, riconosciuti i suoi carnefici, dà loro una caccia spietata. (da Mymovies)

Ricollegandoci a quanto detto riguardo al cinema muscolare, va sottolineata per prima cosa che, inizialmente, Schwarzenegger era stato considerato per interpretare il protagonista ma venne scartato dal regista perché troppo muscoloso per stare dentro all’armatura[1].

Se non fosse già abbastanza chiaro l’intento dei produttori, si aggiunga il fatto che la Orion utilizzò la musica di Terminator per il trailer di Robocop. Insomma, chiaramente la volontà era quella di seguire la scia del capolavoro di James Cameron.

Tuttavia, laddove il film di Cameron è puramente fantascientifico/ cyberpunk, Robocop è uno strano ibrido tra  revenge movies, i film dei giustizieri, la fantascienza cyberpunk più cupa e sporca e la satira sociale.

Un film atipico, nato dalla collaborazione tra Verhoeven e lo sceneggiatore Edward Neumeier, che in seguito lavorarono assieme anche a Starship Troopers. La continuità tra i due film, infatti, è evidente.

Dicevamo che, se da una parte è palese l’ispirazione al genere cyberpunk, caratterizzato da tematiche quali la modificazione del corpo umano attraverso innesti meccanici ed elettronici e la presenza di immense corporations che detengono il potere, dall’altra parte è impossibile non vedere le somiglianze ai film sui giustizieri: dall’ispettore Callaghan di Clint Eastwood al Giustiziere della notte di Charles Bronson.
Entrambi film del decennio precedente, accusati ai tempi di essere reazionari e addirittura fascisti, perché i protagonisti si facevano giustizia da soli.

In realtà quei film erano fortemente critici nei confronti delle mancanze di uno stato che abbandona i suoi cittadini, facendoli sprofondare in una spirale di violenza che genera altra violenza.

Il punto di partenza in Robocop è il medesimo: una Detroit distopica, infestata dalla piccola criminalità, e dominata dalla multinazionale Omni Consumer Product, nel film in lingua originale chiamata ironicamente da un poliziotto “Oppressive Capitalist Pigs”.

La cosa che colpisce di più è la violenza, specialmente nella versione Unrated Director’s Cut, già presente nei punti di riferimento citati (da Callaghan al Giustiziere della notte), ma qui portata all’estremo, ai limiti dell’horror-splatter.

In secondo luogo non passa inosservata la vena satirica e grottesca che pervade tutto il film. Si capisce l’intento di Verhoeven e Neumeier non è quello di raffigurare il tipico eroe americano conservatore, il poliziotto giustiziere.
O meglio, superficialmente sì. Il protagonista non è che la versione 2.0 di Callaghan, la versione pompata e robotizzata, perfettamente in linea con il passaggio da personaggi umani a super-umani, già visto in precedenza, a sottolineare nuovamente come il cinema di Verhoeven sia fortemente carnale, interessato ai corpi che sono, alternamente, oggetto del desiderio e oggetto di violenza.

Ma le situazioni rappresentate sono spinte al limite, tanto da risultare grottesche e comiche, si veda ad esempio la scena della presentazione del robot ED209, una vera e propria macchina da guerra, anch’essa “steroidata” e stupida, decisamente eccessiva e fuori luogo per il compito che dovrebbe svolgere.

 

O si veda anche come viene rappresentata la corporation OCP, invischiata coi politici e con le forze di polizia e interessata esclusivamente al profitto.

In questo contesto si inserisce il tema dell’identità legata alla memoria: memorie rimosse, memorie che riemergono insieme a un’identità passata che si fatica a ricordare. Tutto ciò diventerà centrale nel successivo film del regista: Atto di forza.

 

Il film ottenne immediatamente un grande successo e portò alla produzione di due sequel, molto meno redditizi, e di un remake nel 2014, assolutamente non all’altezza dell’originale.
Verso l’inizio dei 2000 si vociferò di un possibile sequel girato da Verhoeven con un ritorno di Peter Weller a interpretare il protagonista ma non se ne fece nulla, complice, probabilmente, l’insuccesso degli ultimi film del regista.

Im. 22: Robocop, di Paul Verhoeven, 1987.

Im. 23: Robocop, di Paul Verhoeven, 1987.

Im. 24: Robocop, di Paul Verhoeven, 1987.

Im. 25: split diopter shot in Robocop, di Paul Verhoeven, 1987.

Im. 26: Robocop, di Paul Verhoeven, 1987.

 

 

4.3 ATTO DI FORZA

atto di forzaRegia: Paul Verhoeven.
Soggetto: Philip K. Dick.
Sceneggiatura: Ronald Shusett, Dan O’Bannon, Jon Povill, Gary Goldman.
Colonna sonora: Jerry Goldsmith.
Direttore della fotografia: Jost Vacano.
Montaggio: Carlos Puente, Frank J. Urioste.
Produttore: Carolco Pictures, Carolco International N.V.
Anno: 1990.
Durata: 113′.
Paese: USA, Messico.
Interpreti e personaggi: Arnold Scwarzenegger (Quaid), Rachel Ticotin (Melina), Sharon Stone (Lori), Ronny Cox (Cohaagen).

Da anni a Hollywood si cercava di realizzare un adattamento cinematografico del racconto Memoria totale di Philip K. Dick, pubblicato per la prima volta nel 1966.

Il progetto era passato di mano in mano, la sceneggiatura era stata riscritta più volte e, tra gli altri, era stato coinvolto anche David Cronenberg.
Inizialmente il progetto era nelle mani del produttore De Laurentiis ma, dopo il flop di Dune di David Lynch e il collasso della compagnia De Laurentiis, passò a Schwarzenegger che convinse la casa produttrice Carolco a realizzare il film. L’attore contattò personalmente Paul Verhoeven, dopo aver visto Robocop.

Così la produzione cominciò nel 1989 in Messico.

Nel 2084, desideroso di compiere un viaggio su Marte, l’operaio edile Doug Quaid si rivolge all’agenzia Recall che vende viaggi e avventure di turismo virtuale, ma scopre di essere già stato su quel pianeta come Hauser, agente segreto al servizio dello spietato dittatore locale, e si unisce al movimento popolare di rivolta. (da Mymovies)

Con Atto di forza, Verhoeven firma il suo secondo cult americano, con un notevole successo ai botteghini, nonostante al film fosse stato assegnato inizialmente un rating X, poi trasformato in R in seguito a dei tagli nelle scene più violente.

In effetti, per essere un film da circa 65 milioni di dollari di budget, ci troviamo davanti a una violenza inusuale e in generale di fronte a un’opera che, nonostante si possa considerare un blockbuster fantascientifico, è completamente fuori dagli schemi.

Per prima cosa, a distanza di quasi trent’anni, si può notare come Atto di forza sia stato precursore di tutta una serie di film che sarebbero usciti da metà anni ’90 in poi, incentrati sulla realtà virtuale.
Due anni dopo uscì Il tagliaerbe e nel 1999 uscirono contemporaneamente eXistenZ, Matrix e Il tredicesimo piano.

Certo, non si può dire che Atto di forza sia il primo film a trattare il tema della realtà virtuale. Già Blade Runner, per esempio, insinuava dubbi sulla realtà della nostra esistenza, senza però ancora entrare nel campo della realtà virtuale.
Bisogna andare indietro fino al 1973 per trovare quello che forse è il vero precursore di tutto il filone della realtà virtuale: Il mondo sul filo, di Rainer Werner Fassbinder (tratto dallo stesso romanzo alla base di Il tredicesimo piano).

In ogni caso, Atto di forza inaugura il decennio degli anni ’90, intercettando già dal principio quelle che sarebbero state le paure che accompagnarono le tecnologie digitali in vertiginoso sviluppo.

Quindi, se già in Robocop il protagonista recuperava delle memorie che gli erano state rimosse e con queste riscopriva la sua vera identità, qui siamo decisamente oltre.
Il personaggio interpretato da Schwarzenegger è un operaio edile, un uomo qualunque, che si ritrova invischiato in una sorta di fantascientifico Intrigo internazionale di Hitchcockiana memoria.
Anzi, sarebbe più corretto parlare di intrigo interplanetario, visto che la storia si sposta velocemente dalla Terra su Marte.

Fin dall’inizio però si nota, complice la splendida fotografia di Jost Vacano, fedele collaboratore del regista fin dal suo periodo olandese, una sensazione di finzione. Tutto sembra di plastica, costruito. Una realtà fittizia come quella di The Truman Show (altro film imprescindibile sulle realtà virtuali), troppo patinata, come quella di Society- The Horror. Presto si capirà il perché.

Verhoeven, come sempre, gioca con i corpi, su più livelli. Ci sono quelli di Sharon Stone (qui ancora prima della celebrità datale da Basic Instinct) e Rachel Ticotin, corpi femminili oggetto del desiderio sessuale, del protagonista come dello spettatore. C’è il corpo statuario di Schwarzenegger, qui usato in chiave ironica e quasi metacinematografica, perché lo spettatore si rende immediatamente conto che non può essere un semplice operaio edile.
Ci sono poi i corpi deformi dei freaks marziani, un circo degli orrori che inevitabilmente rievoca quelli del Freaks di Tod Browning e dell’universo di Lynch, ma anche il body horror di Cronenberg che, come abbiamo visto, avrebbe inizialmente dovuto dirigere il film.

Come Browning, Lynch, Del Toro, Burton, Alex de La Iglesia e tutti gli arti registi affascinati dai freaks, anche Verhoeven sta dalla loro parte e questi diventano la metafora degli esclusi e degli emarginati di una spietata società arrivata a capitalizzare addirittura sull’ossigeno che respiriamo.

Come non notare poi il modo in cui avanguardisticamente Verhoeven intuisce la deriva che avrebbe preso la società americana (ormai mondiale). Fin dall’inizio il regista ci presenta un mondo dominato dall’immagine, pervaso da schermi che producono una versione alternativa, e più piacevole, della realtà.
La società dell’immagine, che sarebbe poi giunta alla sua massima espressione con i social network, è già al centro di Atto di forza.
Si pensi alle pareti della casa del protagonista, tappezzate di schermi che mostrano un ameno paesaggio naturale o alla filosofia che sta alla base della Rekall, una sorta di compagnia turistica che si occupa di impiantare ricordi virtuali di viaggi mai avvenuti in realtà.
Perché quello che conta, come ormai ben sappiamo, non è la realtà ma l’immagine.

Dunque, Verhoeven, presagendo questo mondo sempre più etereo, sempre meno carnale, non può che farci stare dalla parte dei ribelli marziani, corpi deformi, la nuova carne, per dirla a la Cronenberg, unica forma di resistenza a una società consumistica con l’idolo dell’immagine.

 

Come già detto, il film fu un grande successo e si pensò immediatamente a un sequel, che sarebbe stato ispirato al racconto di Dick “Rapporto di minoranza”. Non se ne fece nulla e il racconto venne trasposto cinematograficamente solo nel 2002 da Spielberg, col ben noto Minority Report.

Im. 27: schermi e immagini in Atto di forza, di Paul Verhoeven, 1990.

Im. 28: schermi e immagini in Atto di forza, di Paul Verhoeven, 1990.

Im. 29: Schwarzenegger uomo qualunque in Atto di forza, di Paul Verhoeven, 1990.

Im. 30: i mutanti in Atto di forza, di Paul Verhoeven, 1990.

Im. 31: i mutanti in Atto di forza, di Paul Verhoeven, 1990.

Im. 32: split diopter shot in Atto di forza, di Paul Verhoeven, 1990.

 

Continua…

 

Scritto da: Tomàs Avila.

 

Note:

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/RoboCop_(film_1987)