Marco Ferreri

Marco Ferreri – È sempre una questione personale

In Cinema, Ilaria Micella, Marco Ferreri- Lo specialista, Speciali by Ilaria Micella Comments

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BIOGRAFIA

Marco Ferreri nasce a Milano nel 1928.

Dopo una falsa partenza in ambito universitario, dove si iscrive alla facoltà di veterinaria, egli abbandona presto il campo e si dedica a quello che sarà il suo lavoro – da buffone, dice lui- per il resto della vita: il Cinema.

Marco FerreriNonostante Ferreri abbia lavorato al fianco di alcuni dei nomi più influenti nel panorama filmico italiano dell’epoca, il suo nome è sempre stato accompagnato da aggettivi di scherno e la critica non gli ha mai conferito le chiavi d’accesso all’olimpo dei cineasti Italiani etichettando spesso i suoi film come grottesche opere di serie B. Questo atteggiamento è sintomo evidente della malattia che affliggeva e affligge il nostro paese: il moralismo. I film di Ferreri, però, raccontano senza timore o reverenza alcuna i più turpi comportamenti di cui l’uomo si può far artefice, o in alcuni casi, masochisticamente preda volontaria.

La carriera di Marco Ferreri parte in quarta, è produttore di uno dei primi cortometraggi di Visconti, nonché di Cronaca di un amore (1950) , primo lungometraggio di M. Antonioni, inoltre recita in alcune pellicole di Alberto Lattuada. E’ fondatore con Riccardo Ghione di una rivista cinematografica, Documento Mensile, attorno alla quale gravitano i più famosi registi contemporanei come Zavattini e De Sica. La rivista presto fallisce e Ferreri, non soddisfatto dell’ambiente culturale italiano, viaggia molto in Europa e trova terra fertile per le sue idee in Spagna. Qui insieme a Rafael Azcona firma la cosiddetta triade spagnola: El pisito (1958), Los chicos (1959) e El cochecito (1960). Grazie al successo di queste pellicole i due rientrano in Italia e Azcona diventa lo sceneggiatore principale di Ferreri.

Marco FerreriAi tempi della commedia all’italiana, quindi fino a ben oltre gli anni settanta, Ferreri veniva considerato il più controcorrente tra i cineasti italiani, ideologicamente schierato e il meno disposto a fare concessioni al gusto del pubblico. Malgrado questa visione del personaggio “Ferreri” da parte della critica, l’uomo si è sempre dimostrato fedele a sé stesso e alle sue verità: “Proprio adesso mentre stiamo vomitando bombe, non abbiamo diritto di parlare di scabroso o non scabroso, è un film”.

Sembra necessario non smettere mai di ricordare un regista che ha portato tanta varietà nel panorama filmico Italiano. Alberto Scandola, in una monografia sul regista pubblicata pochi anni dopo la morte avvenuta nel 1997, scrive : “è calato il silenzio, una sorta di oblio ha inghiottito il suo cinema nello stesso modo, leggero e indolore, in cui il mare inghiotttiva i fragili antieroi.”

Ferreri, personaggio carismatico ed estremamente intelligente, non può vivere tra le righe di una fredda biografia.  In casi come questo si parla spesso di incompresi, ma si è incompresi solo quando ci si sforza ad essere capiti, a lui non fregava onestamente e maldestramente niente. Niente di meglio delle parole di Ferreri stesso in un intervista con Adriano Aprà ( filmidee 2013)  per avvicinarsi al suo irriverente e anarchico modo di interpretare il mondo: ” Ecco, al massimo possiamo arrivare a fare gli sciacalli di un mondo che va distruggendosi, e basta. Ma ormai la gente ha bisogno di soluzioni, ha bisogno di contare su qualche cosa. Film positivi, però, come sono adesso le cose, ancora non si possono fare. Il pianto sul personaggio, l’alienazione del singolo, il mondo distrutto vanno bene, sì, ma non ci sono mai soluzioni. Il suicidio cinematografico non è proibito.”

Marco Ferreri

Nella prima parte di questo articolo analizzeremo due opere del primo periodo italiano di Ferreri.

-Dillinger è morto (1969)

Il seme dell’uomo (1969) 

 

 DILLINGER È MORTO (1969) 

Marco FerreriRegia: Marco Ferreri.
Soggetto: Marco Ferreri.
Sceneggiatura: Marco Ferreri, Sergio Bazzinni.
Direttore della fotografia: Mario Vulpiani.
Musiche: Teo Usuelli.
Produttore:Pegaso S.r.l.
Anno: 1969.
Durata: 90′.
Paese: Italia.
Interpreti e personaggi: Michel Piccoli (Glauco), Anita Pallenberg (Ginette), Gino Lavagetto (Marinaio), Mario Jannilli (Capitano), Annie Girardot (Sabine).

 

Trama 
La gabbia 
Innumerevoli vie di fuga 

 

Trama  

Glauco (Michel Piccoli), disegnatore industriale di maschere antigas, rientra come al solito a casa durante una sera d’estate dove trova una cena ormai raffreddata e poco invitante; la moglie (Anita Pallenberg) è a letto per via di un’influenza. La serata è calda e l’ingegnere s’aggira per le stanze senza uno scopo se non quello di prepararsi una cena da gourmet.

 

La gabbia 

Il racconto continua, succedono molte cose, tutte importantissime nell’istante ma irrilevanti nel complesso, il film è saturo di una quotidianità estrema immersa in una sorta di fantascienza ordinaria. Ci sono molti modi per rendere un ambiente claustrofobico e Ferreri li usa tutti, tanto che ci si sente tirati in scena, come partecipi di questa inutile e pigra nottata dell’ingegner Glauco.

Marco FerreriLe scene nell’appartamento sono girate tramite l’uso di un’inquadratura ribassata che fa sembrare Piccoli estremamente sproporzionato rispetto all’ambiente che lo circonda, come un gigante in trappola. La stessa sensazione è riprodotta dalla proiezione deforme dei filmati,Glauco distorce le immagini che vengono espanse e proiettate su più di una parete, avvolgendolo. Niente è lasciato al caso, la scelta musicale e di composizione per ogni ripresa è studiata nei minimi dettagli ma queste impostazioni tecniche non pesano mai sullo spettatore, che non se ne accorge a meno di prestarci davvero attenzione. Gli oggetti, o meglio la sovrabbondanza di oggetti della casa di Glauco, distraggono anche il pubblico più critico. Così il protagonista è sotto assedio nella sua stessa casa, di solito immaginario di sicurezza e calore, prigioniero di quella vita borghese stereotipata aspirazione di molti.
Il film inizia con le uniche scene girate fuori dall’appartamento, Glauco è ancora a lavoro ed un collega inizia un monologo su alcuni dei temi cardine per la contemporaneità dell’epoca, ripetendolo senza ben comprendere il peso di quello che dice. Piazzato lì, in apertura, più che una chiave di lettura sembra l’ennesima beffa di Ferreri, tanto che sarà lui a dire che questo è un film sui borghesi visto da borghesi, quindi a suo dire inutile.

Marco FerreriUno stralcio del monologo iniziale che rimanda all’Uomo ad una dimensione di Marcuse:

“[…] Per esempio, il fatto di sapere di dover portare la maschera non da un senso di angoscia? L’introiezione di questi bisogni ossessivi e allucinatori non da come risultato l’adattamento alla realtà, ma la mimesi, la massificazione, l’annullamento dell’individualità. L’individuo trasferisce il mondo esterno all’interno. Vi è una identificazione immediata dell’individuo nella società, come un tutto identico. I bisogni per la sopravvivenza fisica sono risolti proprio dalla produzione industriale, che propone ad esso come altrettanto necessari il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi, di consumare in accordo con i modelli pubblicitari che rendono appunto manifesti i desideri che ognuno può provare. […] In queste condizioni di uniformità la vecchia alienazione diventa impossibile; quando gli individui si identificano con l’esistenza che è loro imposta e trovano in essa compiacimento e soddisfazione il soggetto dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata.”

La mancanza di caratterizzazione psicologica dell’ingegnere e dei personaggi che gli gravitano intorno rende difficile dare un giudizio sull’operato del soggetto, non si sa bene cosa stia facendo ne per quale motivo eppure egli è sempre lì, attivo davanti alla macchina da presa. Benché non accada niente non c’è mai una scena statica, Ferreri per mantenere il movimento si concentra sui dettagli, mani in movimento, telegiornali inascoltati ma presenti, il passivo incedere dei ricordi di una vita felice.

 

Innumerevoli vie di fuga 

Glauco ritrova in un giornale, che titola della morte del famigerato criminale Dillinger, una vecchia pistola che diviene oggetto delle sue amorevoli cure. Qui tutte le pulsioni umane vengono combinate ad arte e questa pistola diventa un feticcio, viene smontata e rimontata, imbellettata come una signorina, pulita con una perizia disarmante e in alcune circostanze non si vede differenza tra i gesti dell’uomo mentre prepara la cena e quelli mentre prepara la pistola all’azione. Marco FerreriNon emerge dalla narrazione se il gesto di Glauco sia stato premeditato fin dall’inizio o se sia invece solo una delle innumerevoli azioni automatiche compiute quella sera.
L’ingegnere gioca e si diverte, si immerge nelle onde e nei rimandi ai paesi lontani proiettati nel suo piccolo salotto, negli occhi delle donne che ha amato, cerca di afferrale e quasi ci riesce. Per Ferreri realtà ed astrazione non sono opposti ma completamente congruenti e Piccoli sembra un bambino in un parco giochi fatto di donne disponibili, immagini e tanto cibo.

Ma chi era Dillinger? Il nemico pubblico n. 1 per l’FBI. Si guadagnò anche la fama di moderno Robin Hood del crimine, quando prese l’abitudine di dare alle fiamme i registri contabili su cui erano annotati i debiti e le ipoteche. La reputazione di questo personaggio è da ricondurre anche alle modalità di cattura durante l’ultima epica fuga, quando viene tradito dalla cosiddetta ‘Donna in Rosso’.
Marco FerreriIl rosso, la donna e la fuga, la raffigurazione della Passione. La Donna in Dillinger non ha il ruolo che assumerà in tutti i film successivi di Ferreri, si tratta di una donna chiusa, un oggetto passivo dei giochi di Glauco; non solo l’ingegnere, regredito ad età infantile, non se ne interessa ma ogni volta che vi interagisce sembra recitare il proprio monologo, sottolineando ancora di più la distanza tra uomo e donna.
Il protagonista mima più volte il suicidio, senza portarlo mai a compimento, invece uccide la moglie. Ma anche quest’atto sembra l’ennesimo passatempo di Glauco, manca la crudezza tipica di Ferreri, visibili solo i fori bruciacchiati sul cuscino e nessuna macchia di sangue.
Come si poteva concludere altrimenti la piatta epopea notturna del nostro Dillinger-Glauco se non con il sogno di fuga che tutti i personaggi Ferreriani, in un modo o nell’altro, inseguono. Anche questa rotta, verso esotiche terre (Tahiti), non è nient’altro che l’ennesimo gioco, l’ennesima illusione, evasione non dalla noia ma dal bieco atto compiuto.

 

IL SEME DELL’UOMO (1969) 

Regia: Marco Ferreri.
Soggetto: Marco Ferreri.
Sceneggiatura: Marco Ferreri, Sergio Bazzinni.
Direttore della fotografia: Mario Vulpiani.
Musiche: Teo Usuelli, Richard Teitelbaum.
Produttore: Polifilm.
Anno: 1969.
Durata: 90′.
Paese: Italia, Francia.
Interpreti e personaggi: Anne Wiazemsky (Dora), Marco Margine (Cino), Annie Girardot (La donna straniera).

 


Trama 
BraveNewWorld 
Le catarsi 

Trama 

Futuro prossimo: il mondo è decimato da un’epidemia. Cino(Marco Margine) e Dora(Anne Wiazemsky) si rifugiano in una casa al mare: lui vuole un figlio, lei no.

 

BraveNewWorld 

« Com’è bello il genere umano! Oh mirabile e ignoto mondo che possiedi abitanti così piacevoli! »
I colori pastello innaturalmente saturati e la luminosità estrema delle scene- che fa perdere la consistenza ai corpi, niente più che giustapposti in questo fondale ideale – sono l’emblema di un moderno paradiso terrestre dove i novelli Adamo ed Eva dovranno fare i conti con la vita da superstiti in un mondo allo sfacelo.

Prima di parlare delle dinamiche di coppia oggetto di studio dell’opera di Ferreri, le quali rappresentano uno scontro biologico per la sopraffazione e l’assoggettamento reciproco, bisogna soffermarsi ad inquadrare la cornice nella quale i suoi personaggi sono costretti.

Marco FerreriTitoli di testa incalzanti ci mostrano immagini di volti contriti nell’orrore o turbati da chissà quale piaga, presto scopriamo si tratti di peste. La coppia durante un tranquillo viaggio in autostrada si imbatte in un autobus della scuola abbandonato, dove troverà le prime piccole vittime in un incipit che ha del Weekend di Godard. Qui i due vengono sequestrati da degli agenti e messi in ‘quarantena’.

In alcuni momenti, fondamentali per la comprensione dell’intera pellicola, la vita esterna si intromette nella vita dei protagonisti. Al telegiornale si vedono delle scene raccapriccianti in cui ‘Londra Brucia’ – questa volta non per la musica – sulle note del Va pensiero e subito ci si sposta a Roma, in rovina, dove viene inutilmente chiesto al morente Papa un pensiero per il resto dell’umanità. Egli quasi in uno stato di trance, ignora totalmente la richiesta.

Nonostante Ferreri si sia sempre concentrato sul moto dei singoli individui, utilizzando le relazioni interpersonali come ipotesi per assurdo volta a dimostrare l’inabilità umana al contatto con l’altro; egli non risparmia un’aspra critica alla società dei consumi e dei costumi, in questo caso meno allegorica del solito.
È il crollo del mondo occidentale, dei simulacri dell’uomo. Londra, la City simbolo della fiorente economia, Roma ed il suo inestimabile patrimonio culturale ed infine anche la Religione e la Musica. Non esiste più alcun rifugio per l’uomo, o almeno così pare. Un dirigibile della Pepsi si fa beffe della coppia portando loro gli auguri di Natale da un mondo di cui non sono più parte e lascia il dubbio su quali siano state le vere sorti della società. Ma se esista una salvezza o meno è ormai irrilevante nel ‘ Nuovo Mondo ’.

 

Le catarsi 

In questo quadro si svolge la relazione tra Cino e Dora, lei intraprendente e razionale, lui intellettualoide intento a classificare le opere di quello che sarà un museo dell’umanità che fu. Il rapporto di coppia è statico e passivo e gli unici momenti di tensione si hanno riguardo alla possibilità di avere un figlio. Marco FerreriMolti sono i segni quasi divini che Ferreri lascia ai due, la balena spiaggiata, l’arrivo del Nuovo Stato rappresentato da una figura androgina che regala a Cino quadri preziosi, ed infine l’intromissione di una donna tentatrice, come a simboleggiare il serpente nell’Eden cristiano.

La risoluzione segue dei canoni che troveremo spesso nel cinema di Ferreri.
Il Seme dell’uomo è la prima opera in cui Ferreri porta in scena l’allegoria cannibalica; vi si trova anche lo stupro nell’unico gesto d’azione di Cino, ormai regredito a uomo dell’età della pietra, che decide che è il giorno di semina e lo scrive pronto ad iniziare un nuovo calendario antropico. L’uomo passa da scribacchino a bruto che fa qualsiasi cosa per realizzare i suoi bisogni egoistici, senza alcuna parvenza di senso critico. Nonostante siano spronati anche dallo Stato a procreare, Dora è ben consapevole che dare alla luce un bambino per farlo vivere in un mondo in putrefazione è pura barbarie.
Da non sottovalutare il riconoscimento di Ferreri in Cino, il cui personaggio nel corso del film ne assume sempre più le sembianze. L’autore è presente in un cameo all’inizio della pellicola nelle vesti del padrone della villa in cui la coppia si trasferisce, esanime nel portico. Marco FerreriIl film per questo è canzonatorio non solo nei confronti della società ma anche nei confronti dell’autore stesso e del suo cinema.

La donna, il futuro ed il presente per Ferreri, incarna un ruolo meno banale e pulsionale nonostante si lasci andare a gesti estremi spinta da sentimenti violenti come la gelosia. Per riconcigliarsi con Cino, Dora ammazza la Serpe(Annie Girardot) e gliela serve a cena: una deliziosa leccornia. I sentimenti in lei si accumulano: tutte le risposte taciute e ben visibili negli occhi delle Wiazemsky, la distanza mentale resa ancor più insopportabile dalla costretta convivenza; il film ci propone eventi di vita in un crescendo di tensione che non è mai palpabile se non nel finale in cui  l’esplosione è letteralmente inevitabile.
È la donna che porta in grembo il futuro ed è lei che esce vincitrice da questa lotta per la sopravvivenza dell’io che va ben oltre i rapporti tra i sessi.

 

 

“[Su Quentin Tarantino] Chi, quello che si vede i film italiani che nessuno vedeva prima perché facevano cagare?”

Una ragazza, vedendo una sequenza della Grande abbuffata dice “questo film è una schifezza” [In Nitrato d’argento (Marco Ferreri, 1996)]

Alla prossima.

 

Scritto da: Ilaria Micella 

 

Bibliografia e Filmografia:

-Il cinema italiano contemporaneo: da La dolce Vita a Centochiodi, Gian Piero Brunetta,Laterza (25 ottobre 2007)

-Marco Ferreri, Alberto Scandola, edizioni Il Castoro 2004

-Aprà intervista Ferreri (Filmidee 2013)

-Marco Ferreri, il regista che venne dal futuro. Mario Canale(2007)

 

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