Recensione Lo chiamavano Jeeg Robot

In Cinema, Molly Jensen, Recensioni brevi, Tomàs Avila by scheggedivetro Comments

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Regia: Gabriele Mainetti.
Soggetto: Nicola Guaglianone.
Sceneggiatura: Nicola Guaglianone, Menotti.
Musiche: Michele Braga, Gabriele Mainetti
Direttore della fotografia: Michele D’Attanasio
Produttore: Giuseppe Giglietti, Jacopo Saraceni.
Anno: 2016.
Durata: 112′.
Paese: Italia.
Interpreti e personaggi: Claudio Santamaria (Enzo Ceccotti), Luca Marinelli (Lo Zingaro), Stefano Ambrogi (Sergio), Ilenia Pastorelli (Alessia).

Siamo finalmente riusciti a vedere il film di cui si sta parlando tantissimo in queste settimane ovvero Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti.

In una Roma bersagliata da attentati di incerta provenienza, Enzo Ceccotti è un ladruncolo da quattro soldi che vive a Tor Bella Monaca e sbarca il lunario con piccoli furti cercando sempre di non essere preso. Un giorno, proprio mentre scappa dalla polizia, si tuffa nel Tevere per nascondersi e cade per errore in un barile di materiale radioattivo. Ne uscirà da lì, barcollante e apparentemente mezzo morto, risvegliandosi in compenso il giorno dopo dotato di forza e resistenza sovraumane.

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Sembra, con questo film, che l’Italia possa finalmente vantare il suo primo cinecomic?

Si sta parando molto in questo periodo della sedicente rinascita del cinema di genere italiano, un cinema che da troppo tempo sembra quasi scomparso.

Nel nostro paese prevalgono le classiche commedie (dallo squallore dei cinepanettoni alle brillanti eccezioni come Smetto quando voglio) e i classici drammi, d’autore o meno.

In compenso negli ultimi due anni abbiamo potuto vedere discostarsi dal filone della commedia un buon numero di film italiani, veramente notevoli: Suburra è solo l’aprifila poi abbiamo avuto Non essere cattivo del compianto Caligari, Youth – La Giovinezza, Il racconto dei racconti, Mia madre e via dicendo.

Tra tutti, probabilmente Suburra di Stefano Sollima è l’unico che veramente cerca di avvicinarsi al cinema di genere mantenendo una forte critica sociale ma anche Il racconto dei racconti di Garrone si è dimostrato essere un ottimo fantasy, pur concedendo meno spazio alla componente dell’intrattenimento puro.

Arriva nel 2016 questo Lo chiamavano Jeeg Robot, che indubbiamente, si mostra subito come quello più dichiaratamente di genere.

Salvatores aveva già provato ad inventare un supereroe italiano con Il ragazzo invisibile, rivolgendosi però ad un target più infantile, a mio parere concependo una pellicola sui superiori che troppo si rifaceva ai fratelli maggiori Marvel d’oltreoceano, non ancora del tutto matura e, soprattutto, ricca di interpretazioni molto poco significative.

212659459-8f5b1f5b-51c4-4959-a490-2f034a234e66Servendosi di un titolo che figura solo da pretesto narrativo, Mainetti invece realizza un film di supereroi molto violento, molto adulto e capace di affrontare tematiche interessanti.

Per prima cosa c’è da dire che dal punto di vista dell’intrattenimento, il film fa senza dubbio il suo dovere: nonostante il budget esiguo (un problema raggirato in maniera davvero eccezionale ma che purtroppo ogni tanto si nota) lo spettatore si diverte per tutta la durata della pellicola e non si annoia mai. Mi ha lasciato perplesso, almeno inizialmente, la forte componente comica: sono molte le occasioni in cui ridiamo, a volte per battute più in stile italiano, a volte per un umorismo nero veramente efficace, rese ancora più d’effetto dal forte accento romano con cui recitano i personaggi.

Non mancano le scene d’azione realizzate molto bene, dove spiccano alcune che addirittura sorprendono per come sono state girate da Mainetti.

Il regista spinge molto il pedale della violenza, soprattutto grazie al personaggio dello Zingaro, interpretato in modo magistralmente credibile da Luca Marinelli (La solitudine dei numeri primi; Non essere cattivo), appassionato di icone pop femminili e ossessionato letteralmente dall’apparire, quasi una caricatura di chi, oggi, è decisamente cascato nella trappola del sistema che promuove l’ostentazione di sé e di tutto ciò che riguarda la ricerca di fama.

Il personaggio dello Zingaro sembra prendere in giro la tendenza dei nostri tempi a volersi mettere in mostra, a voler fare successo in qualsiasi modo. Arrivando addirittura a partecipare al programma “Buona domenica” (e vantandone il poster appeso nel canile dove vive) ha avuto i suoi due minuti di celebrità ma lo Zingaro non è altri che un piccolo criminale ma che vuole fare le cose in grande, in modo da diventare qualcuno, un’ossessione che alla fine della pellicola culminerà in vera e propria follia. Grazie al suo personaggio, Mainetti riesce ad inserire anche una critica al mondo dei social network, rivolta soprattutto alle nuove generazioni.

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Colpisce inoltre, la crudeltà con cui vengono trattati certi aspetti e personaggi, nota assolutamente positiva che non mi sarei mai aspettato da questo film.

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Molto apprezzabile anche la maniera con cui il regista tratta delle tematiche serie all’interno di un film d’intrattenimento: Mainetti ha predisposto in maniera molto efficace il clima generale dove vedremo compiersi le imprese di Enzo Ceccotti, per cui fin dal principio si sentono continuamente notiziari televisivi o radiofonici che parlano del clima di terrore presente in Italia e a Roma in particolare, dandoci la sensazione di essere quasi tornati agli anni di piombo, con continui attentati bombaroli e quant’altro.

Insomma la situazione è tesa e le persone sentono proprio la necessità di un eroe che possa aiutare la gente, ma, questa volta, non si tratta di un Bruce Wayne plurimiliardario qualsiasi ma di un criminale da quattro soldi che si ritrova, senza volerlo, con dei poteri fuori dall’ordinario, un eroe che viene dal basso e che appartiene “al popolo” stesso.

Un altro espediente che ho apprezzato molto è stato quello di ambientare a Tor Bella Monica, in un contesto come quello della piccola criminalità romana, una storia che di solito siamo abituati a vedere nella solita e canonica metropoli newyorkese, una trovata messa a segno già ad esempio da Blomkamp con il suo District 9 che decise di spostare l’invasione aliena che ha solitamente come bersaglio il nord America, nella Johannesburg del Sud Africa.

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Servendosi di interpreti eccezionali, Marinelli su tutti ma anche Claudio Santamaria e una sorprendente Ilenia Pastorelli, Mainetti concepisce prodotto d’intrattenimento intelligente e capace anche di far pensare, a mio parere, di gran lunga superiori a moltissimi cinecomic d’oltreoceano. Questo lo aggiungo non tanto per sostenere un prodotto italiano, ma per sottolineare la maniera in cui, nonostante gli esigui fondi a disposizione – che a tratti, va detto, concedono un tocco trash che va a stonare un po’ in questo contesto – Mainetti si serve davvero di tutti i pochi mezzi che disposizione, cercando di caratterizzare i personaggi fino in fondo e concedendo a ognuno la propria ossessione (se Enzo Ceccotti ha la fissazione dei budini e i porno, Alessia alimenta una vera mania per l’anime Jeeg Robot d’Acciaio, così come lo Zingaro vuole apparire a tutti i costi) e riuscendo a emozionarci con poche scene ben calibrate e momenti che nel cinema di genere stanno diventando sempre più rari.

 

Scritto da: Tommi, Molly

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