Italian Horror Story: Dario Argento. Parte 3.

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INDICE DEI FILM

L’uccello dalle piume di cristallo, 1970
Il gatto a nove code, 1971
4 mosche di velluto grigio, 1971
Profondo Rosso, 1975
Suspiria, 1977
Inferno, 1980
Tenebre, 1982
Opera, 1987
Due occhi diabolici, 1990

 

INFERNO 

Inferno

Regia: Dario Argento.
Soggetto: Dario Argento, Daria Nicolodi.
Sceneggiatura: Dario Argento, Daria Nicolodi.
Musiche: Keith Emerson.
Direttore della fotografia: Luciano Tovoli.
Produttore: Claudio Argento.
Anno: 1980.
Durata: 106’.
Paese: Italia.
Interpreti e personaggi: Irene Miracle (Rose Elliot), Eleonora Giorgi (Sara), Leigh McCloskey (Mark Elliot), Gabriele Lavia (Carlo), Daria Nicolodi (Elise De Longvalle Adler), Alida Valli (Carol).

 

Inferno è il secondo capitolo della trilogia de Le Tre Madri e torna a raccontare una storia di streghe; Mario Bava collabora alla creazione degli effetti speciali del film, contribuendo alla costruzione di un clima da fiaba nera.

Nella pellicola Argento si libera ulteriormente dalle costruzioni narrative per sfogare il proprio talento, visionario ed onirico, rendendo la pellicola ancora più complessa e articolata del precedente Suspiria.

Rose Elliot (Irene Miracle), una ragazza americana, entra in possesso di un prezioso libro antico, “Le tre madri” nel quale si narra di tre dimore costruire da un certo architetto Carelli, una a Friburgo, una a Roma e l’altra a New York, fornendo indicazioni per la loro individuazione. Rose invia una lettera al fratello Mark (Leigh McCloskey) che in quel momento risiede proprio a Roma per motivi di studio, raccontandogli del libro e delle tre case. Mark si reca a New York e fa la conoscenza degli strani inquilini che vivono nel palazzo di Rose; tra questi, l’infermiera di un anziano signore si rivela essere Mater Tenebrarum (Veronica Lazar), una delle tre madri nonché la personificazione della Morte stessa.

Inferno rappresenterebbe un film dell’orrore gotico che segue la lezione di Mario Bava e della migliore cinematografia italiana degli anni Sessanta; non sarebbe sbagliato infatti definire la pellicola “il film più baviano di Argento”.

Inferno Inferno vede il definitivo distacco dal giallo per scendere nelle profondità del sovrannaturale e per raccontare il Male in tutte le sue implicazioni: la storia stessa delle Tre Madri è emblematica nel voler mostrare come il Male possa contagiare chiunque e celarsi in ogni angolo del mondo.

Mettendo in mostra immagini cupe e angosciose, Argento si adopera nuovamente in una curata messa in scena degli omicidi, accompagnati dalla musica elettronica di Keith Emerson.

Ritorna in questa pellicola il focus sulle mani del killer fasciate dai guanti neri, con la differenza sostanziale che in questo caso non appartengono ad un maniaco assassino ma ad una strega malvagia.
Elementi come l’aula dove si tiene la lezione di musica, il libro maledetto, l’ambigua figura dell’anziano paralitico vengono ripresi e rielaborati da Roman Polański ne La nona porta (The Ninth Gate, 1999); nel thriller di John Ottman, Urban Legend Final Cut (2000) è invece presente una citazione-omaggio alla scena dell’omicidio eseguito tramite una rudimentale ghigliottina già presente in Inferno.

 

TENEBRE 

tenebre

Regia: Dario Argento.
Soggetto: Dario Argento.
Sceneggiatura: Dario Argento.
Musiche: Goblin.
Direttore della fotografia: Luciano Tovoli.
Produttore: Claudio Argento.
Anno: 1982.
Durata: 96’.
Paese: Italia.
Interpreti e personaggi: Anthony Franciosa (Peter Neal), John Saxon (Bullmer), Daria Nicolodi ( Bullmer),Giuliano Gemma (capitano Germani), Christian Borromeo (Gianni), Mirella D’Angelo ( Tilde), Veronica Lario (Jane McKerrow).

 

Nel 1982 Argento gira Tenebre, una pellicola che segna il ritorno del regista al thriller, per rinnovare il successo di Profondo rosso; Argento interrompe la trilogia de Le Tre Madri per completarla solo nel 2007 con La terza madre.

Un famoso scrittore americano, Peter Neal (Anthony Franciosa), arriva a Roma per presentare il suo nuovo romanzo intitolato “Tenebre”, ma strani avvenimenti accadono intorno a lui. Una ragazza viene barbaramente uccisa e trovata con pagine del suo libro nella bocca mentre lo stesso Neal viene perseguitato da minacciosi messaggi telefonici. Nel frattempo seguono altri orribili omicidi, commessi da un killer che sembra imitare la trama del suo libro, tra cui quello di una giornalista, Tilde (Mirella D’Angelo), e della sua compagna. Neal, insieme alla sua assistente Anne (Daria Nicolodi) e sotto gli occhi vigili del Capitano Germani (Giuliano Gemma), decide di iniziare a indagare per scoprire l’identità dell’assassino.

Con Tenebre, Argento si conferma maestro della messa in scena degli omicidi; servendosi di elaborati movimenti di macchina ed effetti gore e splatter, il regista confeziona uno dei suoi lavori più violenti e onirici ma anche una delle sue opere più curate dal punto di vista tecnico.

TenebreIl regista mette in primo piano l’omicidio come elemento estetico sin dalle letture delle pagine del libro Tenebre, che fanno da prologo alla pellicola aprendo al contempo la strada al duplice mistero intorno al quale ruota l’intera vicenda.

In particolare la scena dell’omicidio di Tilde assomiglia ad un esercizio di stile: Argento compie un lungo piano sequenza verticale che non sembra avere alcuna funzione narrativa. Nella medesima scena, il delitto viene mostrato con delle inquadrature molto particolari che sono metafora della psiche umana, corrotta e contorta: l’assassino si pone come un giustiziere il cui scopo è eliminare la “perversione” dalla società.

Possiamo considerare la pellicola di peculiare importanza all’intero della filmografia di Argento perché porta alle estreme conseguenze la lezione di Mario Bava, presentando nuovamente la costante dell’insospettabile assassino argentiano che uccide per sopperire un grave trauma infantile. Tuttavia Tenebre fa eccezione ad un cliché di Argento perché in questo caso l’assassino non è donna: il regista, accusato di misogina e maschilismo, cerca spesso di chiarire e difendere la propria posizione attraverso alcuni dialoghi che vedono coinvolto il protagonista stesso di Tenebre. Altri elementi ricorrenti possono essere individuati nelle soggettive dell’assassino, nelle uccisioni con armi da taglio, nei virtuosismi tecnici e nei primissimi piani degli occhi e ancora nella macchina da presa che indugia nell’immortalare il terrore delle vittime e i corpi ancora agonizzati, costante in Reazione a catena e Sei donne per l’assassino.

La scena finale della pellicola, in cui Anthony Franciosa si staglia dietro Giuliano Gemma per sferrare il decisivo colpo d’ascia, viene ripresa e citata da Brian De Palma in Doppia personalità (Raising Cain, 1992); la medesima è presente anche in Femme Fatale (Brian De Palma, 2002).

 

OPERA 

opera

Regia: Dario Argento.
Soggetto: Dario Argento.
Sceneggiatura: Dario Argento, Franco Ferrini.
Musiche: Claudio Simonetti.
Direttore della fotografia: Ronnie Taylor.
Produttore: Dario Argento.
Anno: 1987.
Durata: 103’.
Paese: Italia.
Interpreti e personaggi: Cristina Marsillach (Betty), Ian Charleson (Marco), Urbano Barberini (Commissario Alan Santini), Daria Nicolodi (Mira), Coralina Cataldi Tassoni (Giulia), Antonella Vitale (Marion), William McNamara (Stefano), Barbara Cupisti (Signora Albertini), Antonino Iuorio (Baldini).

 

Dopo Phenomena, intermezzo horror fantastico del 1985, Argento gira Opera (1987), thriller che presenta molti riferimenti gotici e fantastici resi con originalità macabra e dettagli estetici molto gore e che ricordano il meglio del cinema di Bava.

Il meccanismo narrativo della pellicola è il medesimo di Dieci piccoli indiani e 5 bambole per la luna d’agosto con un assassino che uccide in uno spazio chiuso, terrorizzando e spargendo sangue.

operaLa sequenza horror fantastica è legata soprattutto alla scena dei corvi che riconoscono il killer e si avventano su di lui strappandogli un occhio: in questa pellicola Argento esplora ulteriormente la sua fantasia visionaria nella rappresentazione della morte.

L’uso della soggettiva è esasperato, infatti permette una forte identificazione con il killer da parte dello spettatore; quest’enfatizzazione è ravvisabile inoltre nella scena dei corvi dove la macchina da presa segue in soggettiva le evoluzioni degli uccelli.

Argento nella pellicola sembra accanirsi in maniera particolare con i corpi che mette in scena: alcune sequenze, come il killer che fissa degli spilli tra le palpebre della protagonista per non farle chiudere, portano all’estremo la sua teoria dello sguardo e rasentano il sadismo.

 

DUE OCCHI DIABOLICI 

Due occhi diabolici

Regia: George A. Romero, Dario Argento.
Soggetto: Edgar Allan Poe, George A. Romero, Franco Ferrini, Dario Argento.
Sceneggiatura: George A. Romero, Franco Ferrini, Dario Argento.
Musiche: Pino Donaggio.
Direttore della fotografia: Giuseppe Maccari, Peter Reniers.
Produttore: Achille Manzotti.
Anno: 1990.
Durata: 115’.
Paese: Italia, USA.
Interpreti e personaggi: Harvey Keitel (Roderick Usher), Martin Balsam (Mr. Pym), Madeleine Potter (Annabel), John Amos (Det. Legrand), Sally Kirkland (Eleonora), Kim Hunter (Mrs. Pym), Julie Benz (Betty).

In seguito al successo internazionale delle sue opere, Argento viene coinvolto in un progetto insieme ad alcuni degli esponenti più rappresentativi della New Hollywood, quali John Carpenter, Wes Craver e George A. Romero. Tuttavia l’idea iniziale subisce un ridimensionamento e nasce una pellicola composta da due episodi titolata Due occhi diabolici, firmato solo da Argento e Romero.

Il primo episodio, Il caso Valdemar (The Fact in the Case of M. Valdemar) è girato da Romero; il secondo, Il gatto nero (The Black Cat), è un horror-thriller di Argento che si ispira all’omonimo racconto di Edgar Allan Poe e che richiama le atmosfere de I racconti del terrore (1962) di Roger Corman.

Rod Usher (Harvey Keitel), un fotografo attratto dal macabro e dalla morte, arriva a strangolare il gatto nero della sua compagna per poterlo fotografare durante l’agonia. In un irrefrenabile crescendo di follia omicida, Usher uccide anche la donna, la quale aveva tentato di impedirgli di strangolare un altro gatto: l’uomo decide di occultarne il cadavere nascondendolo dietro una parete ma accidentalmente mura anche il felino, ancora vivo. Usher viene infine smascherato a causa dei miagolii provenienti da dietro la parete: il gatto era infatti una femmina e aveva partorito i suoi piccoli.

Argento riesce ad andare oltre il racconto di Poe, sublimando molte suggestioni desunte dall’intera opera dello scrittore: il regista utilizza il nucleo centrale della storia modificando il finale e riprendendo molti elementi tipici della narrativa dell’autore.

L’episodio si apre con una citazione tratta da Il demone della perversità (1845) di Poe e prosegue con una scena di “grafico orrore” con il cadavere di una donna disteso su un tavolo sovrastato da una grande lama, tangibile riferimento a Il pozzo e il pendolo; il nome scelto per il fotografo, Rod Usher, è un richiamo al protagonista di La caduta di casa Usher, Rodrick Usher.

Interessante notare come questa sia una delle rare incursione di Argento nella letteratura dell’orrore, riprendendo quella che è stata una costante nel cinema gotico italiano degli anni Sessanta.

 

DDracula 3Dopo Due occhi diabolici, Argento si dedica esclusivamente al thriller con pellicole quali Trauma (1993), La sindrome di Stendhal (1996), Il cartaio (2003) e Giallo (2009); Chiavini tuttavia afferma che il regista, soprattutto nelle sue ultime opere, si sia maggiormente affidato all’innovare i propri tecnicismi senza riuscire ad evolvere coerentemente, continuando a ripetere gli stessi stilemi.

Con i più recenti La terza madre e Dracula 3D (2012), la stasi stilemica di Argento diviene involuzione, soprattutto per quanto riguarda il fallimentare tentativo di adattamento dell’opera di Bram Stoker, dimostrando di non essere in grado di operare nella messa in scena di un racconto gotico in costume.

Probabilmente il fascino di queste opere, che compensava perfino il sadismo delle morti lente e terribili cui venivano condannate le vittime, riposava sulla visionarietà delle immagini di cui era intessuto il film, la mancanza di questo modo iperrealista di rappresentare la morte, di usare l’effetto, ha tolto alle ultime pellicole di Argento la loro principale ragione d’essere.

 

Scritto da: Molly Jensen.

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