I migliori film del 2017

In Cinema, I Migliori Film dell'Anno, Molly Jensen, Tomàs Avila by scheggedivetro Comments

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Siamo arrivati per la terza volta, incredibilmente, alla classifica di fine anno. Ogni anno introduciamo delle novità: lo scorso abbiamo aggiunto una piccola sezione dedicata ai film più deludenti dell’anno, questa volta abbiamo deciso di parlare anche di qualche serie TV.
Per quanto riguarda il criterio per la scelta dei film, abbiamo considerato titoli del 2017 ma anche alcuni del 2015/2016 usciti in sala solo nel 2017 o che siamo riusciti a recuperare solo quest’anno. Abbiamo quindi deciso di dividere i film in due gruppi: quelli del 2017 e i recuperi del 2015/2016.
Tutti i film saranno elencati in ordine alfabetico.

Poste queste premesse, buona lettura!

Indice:
Film del 2017
Film del 2015/2016
Le delusioni
Serie TV
Top 10

FILM DEL 2017 

Alien: Covenant (di Ridley Scott, 2017)

alien covenantFilm demolito da quasi tutti, ancora più di Prometheus. Per me uno dei migliori di fantascienza degli ultimi anni, esattamente come il predecessore. Scott non è minimamente interessato a riproporre la formula del film del 1979, ha altri progetti in mente e l’interesse è passato dagli alieni alle intelligenze artificiali.
Una nuova vita per la saga, completamente rinnovata con Prometheus. Ovviamente gli incassi sono stati deludenti e le critiche negative molte. Nonostante tutto Scott è intenzionato, stando alle recenti interviste, ad andare avanti per la sua strada senza accontentare i fan. E come dargli torto!
A mio parere, probabilmente, si tratta dell’unico progetto a cui il regista inglese sia realmente interessato, vista la dubbia qualità dei suoi ultimi film.
La speranza è che continui a sviluppare la saga come meglio crede, senza cedere alle pressioni del pubblico.
Alien: Covenant è fantascienza fatta come si deve, purtroppo non privo di scivoloni che si sarebbero potuti facilmente evitare, ma in ogni caso in grado di trattare temi di un certo rilievo in modo non banale.

Per una recensione più approfondita del film, qui il nostro articolo.

 

Atomica bionda (di David Leitch, 2017)

atomica biondaIl panorama action americano è stato dominato nel 2017 da Stahelski e Leitch. Quest’ultimo con Atomica Bionda ha dimostrato di non essere inferiore, dal punto di vista tecnico, rispetto al suo amico e di avere molto da dare al genere. Lo stile dei due è simile, nonstante la diversità dei due film: i combattimenti sono violenti, non viene assolutamente nascosto il sangue e viene favorita la continuità dell’azione con inquadrature lunghe e prive di montaggio (o con un montaggio celato).
Non siamo ai livelli di John Wick 2 ma in ogni caso, per quanto riguarda il genere action, Atomica Bionda è senza dubbio uno dei film più interessanti (co)prodotti dagli USA ultimamente.
Tutto funziona alla grande e il divertimento è assicurato, manca purtroppo quel passo in più che Stahelski è riuscito a fare; magari in futuro anche Leitch ne sarà capace.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Baby Driver (di Edgar Wrigt, 2017)

baby driverEdgar Wright è un regista di culto che ci ha regalato dei piccoli gioielli come la trilogia del Cornetto. Per questo motivo Baby Driver era molto atteso, un ritorno del regista a quattro anni di distanza da La fine del mondo con un progetto da tempo in lavorazione, del quale ha curato anche la sceneggiatura.
Il risultato, purtroppo, non è all’altezza delle aspettative. Chiariamo subito, Baby Driver è un gran bel film, intrattiene, diverte e propone un protagonista, volendo, abbastanza memorabile. La critica e il pubblico lo hanno accolto con entusiasmo, elogiando soprattutto il comparto tecnico, effettivamente molto valido. La regia di Wright è maturata rispetto ai film precedenti, così come l’uso del montaggio che segue le canzoni che ascolta il protagonista.
Appurato ciò, la domanda è una: cosa resta? Baby Driver è un film dalle sfumature pulp, che fa della musica e del protagonista i fulcri attorno ai quali ruota tutto il resto. I riferimenti si sprecano, da Driver di Walter Hill a Drive di Refn. Ma nonostante ciò la sensazione è quella di una riproposizione di qualcosa di già visto fin troppe volte, qualcosa che non ha la carica dirompente e innovativa della trilogia del Cornetto.
Tutto fatto molto bene ma manca qualcosa e questo lascia Baby Driver un passo indietro rispetto ai precedenti lavori del regista. Un gran peccato. Una mezza delusione che, nonostante tutto, merita però di finire in questo speciale sui migliori film del 2017.

 

El Bar (di Alex de la Iglesia, 2017)

el barBasterebbe dire che è un film di Alex de la Iglesia per far venire voglia di vederlo. Il regista spagnolo, con alle spalle diversi film di culto, continua per la sua strada, con un’opera in cui la sua poetica è inconfondibile. Basterebbero i primi dieci minuti per capire subito chi è il regista.
Il concetto di base è semplice: dei personaggi si trovano rinchiusi dentro a un bar, impossibilitati ad uscire. Non si fidano gli uni degli altri e la situazione è sempre più tesa. Non può che concludersi con un massacro.
Come il regista ha fatto in diversi suoi film, lo spazio viene ridotto a poche location, principalmente due in questo caso, e come nei film di Tarantino e Polanski, a farla da padrone sono i dialoghi più che l’azione, che tuttavia non manca.
De la Iglesia non risparmia nessuno e coglie l’occasione per criticare la società contemporanea attraverso il genere, come ha sempre fatto, e più in generale per mostrarci la sua visione assolutamente pessimistica sull’uomo.
Un grande film, disponibile in Italia su Netflix, da recuperare ad ogni costo in attesa del remake di de la Iglesia di Perfetti sconosciuti.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

L’inganno (Sofia Coppola, 2017)

L’ultima fatica di Sofia Coppola è un remake al femminile del già conosciuto La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel e adattamento del romanzo scritto da Thomas Cullinan. Un ritorno alle origini che non deluderà le aspettative dei fan più accaniti de Il giardino delle vergini suicide.

 

Blade Runner 2049 (di Denis Villeneuve, 2017)

blade runner 2049Due film in classifica in questo 2017 per Denis Villeneuve, regista canadese passato dal cinema indipendente alle produzioni hollywoodiane a medio budget come Prisoners e Sicario, per arrivare infine a dirigere il sequel di Blade Runner.
Blade Runner 2049 non è un semplice sequel: è a tutti gli effetti un blockbuster d’autore, un’operazione molto rischiosa che si è conclusa con un grande fallimento commerciale. Rischioso per diversi motivi: si tratta di fantascienza filosofica, con poca azione e tempi estremamente dilatati, resi ancora più difficile da sostenere per il grande pubblico da un minutaggio che si aggira intorno ai 164 minuti.
Non stiamo parlando di un film privo di difetti e non mi sbilancerei definendolo un capolavoro, lo stabilità il tempo. La cosa certa è che Blade Runner 2049 è cinema allo stato puro. Ogni inquadratura è un’opera d’arte, grazie all’innegabile talento di Villeneuve e del direttore della fotografia Roger Deakins, che molto probabilmente riceverà la nomination agli Oscar per la quattordicesima volta.
Lato visivo a parte, Blade Runner 2049 ha anche molto da offrire a livello narrativo e tematico, aprendosi a riflessioni per nulla banali sul mondo digitalizzato contemporaneo, evitando di riproporre passivamente il Blade Runner di Scott. Non siamo più negli anni ’80 ma nel 2017 e Villeneuve e compagnia l’hanno capito molto bene.
Chissà se andrà in porto il progetto di serializzazione con qualcosa di simile a ciò che è successo con Alien.

Per un’analisi più approfondita e ricca di spoiler, in cui vengono trattati anche i tre cortometraggi che hanno preceduto l’uscita del film, qui il nostro articolo.

 

Brawl in cell block 99 (di S. Craig Zahler, 2017)

brawl in cell block 99Il secondo lungometraggio di S. Craig Zahler, regista che si era fatto notare con il suo film d’esordio Bone Tomahawk, un weird western che sfociava nell’horror.
Brawl in cell block 99 è una conferma, una pellicola che riprende delle caratteristiche di Bone Tomahawk, iniziando a farci capire qual è lo stile di Zahler, che potrebbe, anzi quasi sicuramente lo farà, riservarci delle belle sorprese.
Siamo davanti a un preason movie freddo, silenzioso e violentissimo, dominato dal protagonista, interpretato da un grande Vince Vaughn.
Il ritmo è lento ma l’azione non manca e i combattimenti sono girati e coreografati molto bene, con delle esplosioni di violenza estrema che ricordano quelle di Bone Tomahawk.
Aspetteremo Zahler al varco con il suo prossimo film, Dragged Across Concrete, con Mel Gibson come protagonista.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Detroit (di Kathrynn Bigelow, 2017)

detroitDetroit è il film dell’anno che fa più male, il vero pugno nello stomaco del 2017. Kathhrynn Bigelow torna alla regia con uno dei film più convincenti di tutta la sua carriera, raccontando le rivolte degli afroamericani a Detroit nel 1967. Detroit in tutta la prima parte sembra un vero e proprio documentario, vengono inseriti anche spezzoni di video dell’epoca e l’interesse è quello di dare un ritratto generale del periodo, senza concentrarsi su dei protagonisti in particolare.
Nella seconda parte del film invece l’attenzione della regista si rivolge a un gruppo di personaggi tenuti in ostaggio dalla polizia in un motel. Ed è qui che Detroit comincia a diventare sempre più doloroso, ricordando diversi home invasion, con la polizia al posto dei tradizionali assassini.

Detroit è un film importante, specialmente per il periodo che sta vivendo l’America. Si potrebbe accostare a Scappa- Get Out, per ovvie ragioni, ma se il film di Peele non riesce ad andare fino in fondo, Detroit invece disturba lo spettatore e fatica a farsi dimenticare.

 

Dunkirk (di Christopher Nolan, 2017)

dunkirkI film di Nolan sono sempre attesi con trepidazione e la loro uscita diventa un vero e proprio evento. Non sempre però il risultato finale è all’altezza delle aspettative. Interstellar aveva non pochi punti deboli e la sensazione finale che lasciava era un po’ quella di occasione sprecata, nonostante fosse comunque un film godibile. Dunkirk segna una svolta, un punto di non ritorno nella carriera del regista. Da sempre criticato per il troppo spazio dato agli spiegoni, Nolan ha deciso con Dunkirk di ridurre all’osso i dialoghi, dando spazio alle immagini, agli effetti sonori e alla colonna sonora del fedele Hans Zimmer che non abbandona mai lo spettatore durante la visione del film.
Non è mai facile fare un film di guerra, specialmente mantenendo un rating PG-13, perché si rischia di non mostrare il vero orrore della guerra, per fare della retorica spicciola e favorire una delle due fazioni in campo (vedi ad esempio Hacksaw Ridge). Nolan riesce miracolosamente a evitare quasi del tutto cose di questo tipo, mostrando la guerra per quello che è: un’esperienza terrificante.
E in effetti “esperienza” è la parola più adatta a descrivere Dunkirk, un’esperienza sensoriale e immersiva che tiene lo spettatore col fiato sospeso dall’inizio alla fine.
Grande cinema, uno dei migliori film di Nolan, regista che ha già fatto la storia e che, se continuerà su questa strada, potrà raggiungere vette ancora più alte di quelle che ha già toccato.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Il gioco di Gerald (di Mike Flanagan, 2017)

il gioco di geraldDopo aver diretto ben tre film l’anno scorso, Mike Flanagan torna nel 2017 con Il gioco di Gerald, film distribuito da Netflix, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King.
Si tratta di una piccola produzione che cavalca l’ondata di riacceso entusiasmo verso l’opera di King, dovuta all’uscita di It di Andrés Muschietti. Diciamolo subito: personalmente credo che Il gioco di Gerald sia un film nettamente superiore a quello di Muschietti, nonostante il budget inferiore e le ambizioni nettamente differenti. Flanagan è una delle promesse del cinema horror: lo ha dimostrato negli anni passati e lo dimostra ancora una volta, riuscendo a mantenere viva la tensione per la maggior parte del film, nonostante questo sia ambientato quasi totalmente in una camera da letto.
Il gioco di Gerald riesce inoltre a scavare nella psicologia umana più a fondo di It, affrontando per altro un tema simile, ovvero il paragone tra i mostri fantastici (Pennywise o il Man made of moonlight) e quelli reali, spesso legati alla famiglia.

Complimenti a Flanagan che, se continuerà di questo passo, farà grandi cose.

 

A ghost story (di David Lowery, 2017)

Seppur David Lowery prenda ispirazione da molteplici generi e pellicole, non significa che non sia riuscito a conferire una propria personalità al suo A Ghost Story, horror a tinte melodrammatiche con protagonisti Casey Affleck e Rooney Mara, purtroppo ancora inedito in Italia.

 

Good time (di Safdie Brothers, 2017)

good timeI Safdie Brothers, al loro secondo lungometraggio in seguito a Heaven Knows What, fanno il salto in avanti, sia in termini di qualità del film che di notorietà.
Good Time, come Heaven Knows What, racconta le storie di personaggi disperati ed emarginati, di reietti che fin dal principio non hanno futuro.
I due registi però riescono questa volta a realizzare un film fruibile da un pubblico molto più vasto rispetto alla loro opera prima, soprattutto attraverso l’utilizzo del genere.
Un film allucinato come i personaggi che vengono raccontati, dominato dalle luci al neon e da una fotografia sporca che forse è la cosa più convincente.

Probabilmente è stato eccessivamente apprezzato ma è innegabile il talento dei Safdie Brothers, altri due registi di cui si sentirà parlare sempre di più in futuro.

 

I guardiani della galassia 2 (di James Gunn, 2017)

i guardiani della galassia 2James Gunn fa nuovamente centro, dopo il primo Guardiani della galassia, cercando di mantenersi sulla stessa linea: non prendersi mai troppo sul serio, inserire qualche battuta rivolta più agli adulti che ai bambini e tante (troppe) scene d’azione.
Non siamo ovviamente dalle parti di Logan, sono due cose completamente diverse. La cosa certa però è che in mezzo alle palate di cinecomic scanzonati, questo è quello che ne esce fuori con più dignità, riuscendo a rendere bene il senso di unità e di famiglia, al contrario di film come Avengers. Inoltre i personaggi sono tutti scritti molto bene e riescono a risultare simpatici.

La speranza a questo punto è che Gunn riesca a dedicarsi a qualche progetto da regista senza la supervisione della Marvel, qualcosa di più simile a The Belko Experiment, da lui soltanto sceneggiato.

 

John Wick 2 (di Chad Stahelski, 2017)

john wick 2 Chad Stahelski torna a raccontare le avventure di John Wick, il sicario interpretato da Keanu Reeves che non riesce a ritirarsi e a lasciarsi alle spalle il passato.
Per farla breve: John Wick 2 è senza dubbio il film d’azione dell’anno. Sono state diverse le proposte action interessanti nel corso del 2017, tra oriente e occidente, ma Stahelski e Reeves hanno la meglio.
Se il primo John Wick del 2014 già era un ottimo film, con questo secondo capitolo il livello è stato alzato notevolmente. I combattimenti sono stupendi: violenti, coreografati come si deve e soprattutto credibili (entro certi limiti), grazie anche alla volontà di Reeves di usare il meno possibile degli stunt.
Un film di puro intrattenimento che non si fa mancare però un’apertura a temi più seri e una malinconia e un pessimismo di fondo che non lasciano indifferenti.
Il personaggio interpretato da Reeves è ormai diventato di culto e la saga proseguirà con il terzo capitolo, previsto per il 2019, grazie soprattutto agli ottimi incassi.

Per un’analisi più approfondita e ricca di spoiler, qui il nostro articolo.

 

Logan (di James Mangold, 2017)

loganEd ecco il cinecomic dell’anno. È accaduto l’impensabile, James Mangold è riuscito nell’impresa di realizzare un cinecomic di spessore, lontanissimo dai film a cui ci ha abituati la Marvel e allo stesso tempo da quelli della DC ma soprattutto lontano dalla serialità. Logan è uno stand alone, un capitolo a sestante che può benissimo essere visto senza per forza conoscere alla perfezione i precedenti film degli X-Men. Già dal titolo sono chiare le intenzioni: al centro non c’è un supereroe ma un uomo, Logan.
Sicuramente questo piccolo miracolo è dovuto al fatto che sia l’ultima interpretazione di Hugh Jackman nei panni di Wolverine/Logan e anche al successo riscosso da Deadpool, cinecomic rated R che ha dimostrato che anche con la violenza e le parolacce si può ancora avere degli ottimi incassi.
Logan però è molto distante da Deadpool, si potrebbe paragonare, volendo, con il Watchmen di Zack Snyder, per quell’idea di eroi crepuscolari, destinati a tramontare.
In più occasioni è impossibile poi non pensare alla poetica di Clint Eastwood, in particolare a Gli Spietati.
Difficilmente ci capiterà di rivedere qualcosa del genere nell’ambito dei cinefumetti.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Mother! (di Darren Aronofsky, 2017)

mother!Torna Aronofsky a tre anni di distanza dal flop di Noah, con un film che ha diviso e che continuerà a fare discutere a lungo. Aronofsky ha molti ammiratori e molti detrattori, è un regista con uno stile ben riconoscibile che può facilmente portare a delle opinioni estreme in riferimento alla sua opera.
Personalmente, non è un regista che apprezzo più di tanto ed è proprio per questo che Mother! Mi ha sorpreso a tal punto. In un periodo in cui si osa sempre di meno, ne parlavo ad esempio in riferimento a Get Out- Scappa, Aronofsky se ne frega di tutto e di tutti e gira un film completamente folle e allucinato. Un’opera persino difficile da descrivere perché, dopo una partenza molto polanskiana, inizia a prendere una strada inaspettata, sempre più grottesca e surreale fino a un finale apocalittico.
Mother! Non va visto come un mind game film, non si deve cercare di trovare una logica ben precisa nelle azioni dei personaggi o cercare di ricostruirlo dal punto di vista narrativo, perché non è nient’altro che un grande film-allegoria che cerca di mostrare il processo artistico, la creazione di un’opera d’arte e la sua distruzione.
Può infastidire, può lasciare confusi, anzi deve farlo, è proprio questo il suo scopo. Per una volta Aronofsky ha fatto centro, proponendo qualcosa di veramente diverso da tutti i prodotti che siamo abituati a vedere.
Sono abbastanza sicuro del fatto che questo sia il tipo di cinema più necessario in questo periodo.
Un film che probabilmente piacerebbe a Jodorowsky.

 

Okja (di Bong Joon-ho, 2017)

okjaUna mezza delusione, considerando che si tratta di un film di Bong Joon-ho, regista che ci ha regalato un capolavoro quale Memories of Murder e diversi grandi film come The Host, Mother e Snowpiercer.
Se paragonato a questi titoli, Okja non regge il confronto. Nonostante ciò merita attenzione perché si vede lo zampino del regista, si nota ogni tanto il suo stile, specialmente nei grotteschi personaggi di Tilda Swinton e Jake Gyllenhaal. Dopo un incipit uscito da un film di Myazaki, la storia diventa via via più interessante e alcune delle tematiche trattate, in fondo, potevano essere banalizzate molto di più.
Manca però la profondità di Memories of Murder, quel cancellare la linea di confine tra bene e male, lasciando spazio soltanto al caos.
Un film minore di Bong Joon-ho, in grado di fare sicuramente di meglio, ma nonostante ciò non da buttare.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Phoenix Forgotten (di Justin Barber, 2017)

phoenix forgottenAncora Scott e ancora fantascienza. Questa volta però Scott è solo il produttore, mentre la regia è di Justin Barber, qui al suo esordio.
Phownix Forgotten è un mockumentary/found footage di fantascienza. Vista la mia passione per il mockumentary, al quale ho dedicato anche uno speciale, mi è toccato vedere negli ultimi anni diversi titoli decisamente evitabili. Phoenix Forgotten fortunatamente non è tra questi. Barber dimostra di conoscere motlo bene le regole del genere e si diverte a giocarci e nel complesso da vita a un prodotto credibile e non a uno di quei tanti mockumentary che si dimenticano che ci sono delle regole ben precise da rispettare.
Non siamo ai livelli di The Visit ma è un caso interessante di finto documentario.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

La ruota delle meraviglie- Wonder Wheel (di Woody Allen, 2017)

Ebbene sì, ormai sembra chiaro a tutti che Woody Allen ha deciso di azzeccare un film un anno sì e l’altro no: dopo il deludente Cafè Society, Wonder Wheel è stato una vera e propria sorpresa di fine anno per me. Forse una grande parte di meriti andrebbe attribuita a Kate Winslet che si riconferma una delle attrici più incredibili della sua generazione.

 

Scappa- Get Out (di Jordan Peele, 2017)

scappa get outUno dei maggiori successi economici dell’anno, specialmente in relazione ai modesti costi di produzione. Un altro colpo andato a segno per la Blumhouse di Jason Blum che, per l’ennesima volta, dimostra di vederci lungo.
Jordan Peele esordisce alla regia, dopo una carriera da attore, con un film che mescola diversi generi, muovendosi con disinvoltura tra il thriller, la commedia, il grottesco e l’orrore.
Finalmente un film di genere che sembra riportare indietro la lancetta dell’orologio, ispirandosi al New Horror degli anni ’70, nel tentativo di muovere una critica sociale, per altro non banale, all’America borghese progressista di Obama.
Funziona tutto bene, dalla regia alla costruzione della suspense, fino alle parti più comiche/demenziali.
Un ottimo film, non fosse per un finale che ci riporta nel presente, facendoci capire che non siamo più negli anni ’70.
Peccato, sarebbe bastato osare un po’ di più. In ogni caso aspettiamo con grande curiosità i prossimi lavori di Peele.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Trainspotting 2 (di Dany Boyle, 2017)

Poteva andare molto peggio, Trainspotting 2 è un degno sequel con qualcosa da dire. La regia è sempre di Danny Boyle e si nota, infatti il film dal punto di vista visivo è molto particolare, contraddistinto da punti di vista desueti e inquadrature spesso fuori bolla.
Inoltre Trainspotting 2 è intriso di un pessimismo e una malinconia che non lasciano indifferenti, tra nuove (e non meno dannose) dipendenze e i personaggi che abbiamo conosciuto nel 1996 invecchiati e ancora più derelitti.

 

The Villaienss (di Jung Byung-gil, 2017)

The Villainess non è un gran film. La Corea del Sud ha saputo regalarci film action/thriller decisamente migliori. Quest’anno inoltre sono usciti John Wick 2 e Atomica Bionda, entrambi nettamente superiori a The Villainess. Perché allora inserirlo tra i migliori? Per una sola ragione: la costruzione delle scene d’azione e i virtuosistici (finti) piani sequenza di Jung Byung-gil. Non bastano a fare di The Villainess una pellicola memorabile ma meritano comunque una visione, specialmente da parte degli amanti dei film d’azione.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

The War- Il pianeta delle scimmie (di Matt Reeves, 2017)

the war il pianeta delle scimmieMatt Reeves conclude la nuova trilogia del Pianeta delle scimmie cominciata da Rupert Wyatt nel 2011 con L’alba del pianeta delle scimmie. È stato l’arrivo di Reeves al secondo capitolo della trilogia a dare la svolta alla saga, rendendola qualcosa di più unico che raro nel panorama dei blockbuster contemporanei.
The War- Il pianeta delle scimmie è la degna conclusione, nonché il più riuscito tra i tre film. Un’opera complessa e stratificata, dominata da dei tempi estremamente dilatati e da un pessimismo di fondo che fa riflettere.
Tra chiari riferimenti storici e innumerevoli citazioni, il film di Reeves riflette sull’uomo e su quale potrebbe essere il suo possibile futuro ma soprattutto si concentra sui volti e l’espressività delle scimmie, che segnano uno delle vette più alte raggiunte dagli effetti digitali.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

FILM DEL 2015/2016 

Arrival (di Denis Villeneuve, 2016)

arrivalArrival può essere visto in sostanza come un banco di prova per Blade RUnner 2049. Villeneuve ha cercato di dimostrare a tutti che sarebbe stato all’altezza di girare un sequel di Blade Runner, con un film di fantascienza a medio budget. E ci è riuscito in pieno. È difficile scegliere tra i due film che il regista ci ha regalato in questo 2017, due perle della fantascienza contemporanea che difficilmente verranno dimenticate.
Arrival si pone come un film di fantasceinza filosofica, non interessato a mostrare scontri tra uomini e alieni, completamente assenti, quanto a trattare temi molto complessi, sepecialmente per un piccolo blockbuster, concentrandosi in particolare sul linguaggio e sull’importanza che questo ha nella conformazione mentale degli uomini. Un nuovo linguaggio potrebbe modificare il modo di pensare dell’uomo e addirittura la sua percezione del tempo.
Purtroppo nell’ultima parte Villeneuve non riesce ad evitare degli scivoloni nolaniani che comunque non impediscono ad Arrival di essere un grande film.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Autopsy (di André Øvredal, 2016)

Iautopsyl regista norvegese André Øvredal, già noto per Troll Hunter, sorprende con un film horror tra i più inquietanti dell’anno. Di Autopsy è meglio dire il meno possibile, evitando di rovinarne la visione. Basta dire che è ambientato quasi tutto in una sola location, con tre attori che reggono il gioco per tutto il film.
Il punto di forza principale è il modo in cui il regista costruisce sapientemente la suspense, attraverso i movimenti di macchina e una scenografia che già da sola fa metà del lavoro.
La prima parte è sensazionale, nella seconda il gioco del regista diventa più prevedibile e di conseguenza la tensione cala leggermente. Nel complesso tuttavia resta un ottimo horror che riesce veramente a fare paura.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

The Belko Experiment (di Greg McLean, 2016)

Scritto da James Gunn, diretto da Greg McLean (regista dei due Wolf Creek), The Belko Experiment non poteva non entrare a far parte di questo articolo.
I due registi/sceneggiatori si divertono a mettere in scena un gioco al massacro in cui nessuno ne può uscire pulito. Lo spunto di base non è affatto nuovo e ricorda diversi film e libri (Battle Royale su tutti) ma il modo in cui viene raccontata la storia, merito di Gunn, rende The Belko Experiment una pellicola divertente e spietata.
Un film di serie B come vorremmo vederne di più.

 

La cura del benessere (di Gore Verbinski, 2016)

la cura del benessereTorna Gore Verbinski, a tre anni da The Lone Ranger, con quello che probabilmente è il film più particolare e rischioso della sua carriera. Rischioso perché è in un certo senso un ritorno alle origini, al cinema horror, con un film da 40 milioni di dollari, dopo anni di grandissime produzioni quali i primi tre Pirati dei Caraibi.
La cura del benessere, va specificato subito, è un film imperfetto, con molti difetti, da una durata forse eccessiva, dovuta ai continui cambi di rotta che sfociano nel finale meno interessante tra quelli possibili, a un tentativo di critica sociale abbozzato che lascia un po’ il tempo che trova.
Perché allora metterlo tra i migliori film dell’anno? Perché in fondo non si può non apprezzare lo sforzo di Verbinski. Si percepisce da ogni inquadratura quanto il regista tenesse a questo progetto, di cui infatti è anche sceneggiatore e produttore. Visivamente siamo davanti a qualcosa di curato nel minimo dettaglio, un’estetica non fine a se stessa ma che si fonde perfettamente con la narrazione e il tentativo di disorientare lo spettatore. La prima parte del film funziona molto bene, nonostante i forse troppi riferimenti a Shutter Island, proprio per questo dispiace per il modo in cui viene chiusa la storia, che vira verso l’horror gotico.
Nel bene e nel male però, La cura del benessere merita tuttavia di essere visto e Verbinski non può che suscitare simpatia per il rischio che ha deciso di prendere e che si è concluso con un disastroso fallimento commerciale.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Elle (di Paul Verhoeven, 2016)

elleIl ritorno di Paul Verhoeven alla regia, dopo ben dieci anni dal suo ultimo lungometraggi. Un ritorno col botto perché Elle è uno dei film più belli di tutta la sua carriera. Isabelle Huppert è sensazionale nel dare vita a un personaggio femminile complesso e sfaccettato, un personaggio scomodo e per certi versi anche fastidioso, che farà riflettere lo spettatore, spiazzandolo continuamente. Un personaggio estremo interpretato magnificamente dall’attrice, qui a uno dei suoi apici insieme a La pianista di Haneke.
E cosa dire di Verhoeven? Un regista passato dal cinema d’autore europeo ai blockbuster americani, senza mai rinunciare al suo stile tagliente e provocatorio. Elle è un ritorno al cinema europeo con però alle spalle l’esperienza hollywoodiana. Un grandissimo film.

 

Free Fire (di Ben Wheatley, 2016)

Non potevamo trascurare Ben Wheatley, uno dei registi più promettenti degli ultimi anni, con alle spalle film folli e unici come Kill List, I disertori e High-Rise: La Rivolta.
Wheatley, con Martin Scorsese come produttore esecutivo, dirige un film che di sicuro non è tra i suoi migliori ma che è in g7rado di regalare un’ora e mezza di puro intrattenimento, realizzato come si deve.
La carneficina imbastita dal regista non può che ricordare i film di Tarantino come Le Iene e The Hateful 8, con le ovvie differenze stilistiche. Ancora una volta Wheatley si conferma come un regista da seguire perché in futuro sarà sicuramente in grado di regalarci grandi film.

 

Headshot (di Kimo Stamboel e Timo Tjahjanto, 2016)

Headshot è un film indonesiano che segue la scia di The Raid, affidandosi ancora una volta a Iko Uwais e al suo team per le scene d’azione, che sono il vero punto d’interesse del film.
I due registi Kimo Stamboel e Timo Tjahjanto, già conosciuti per i violenti Macabre e Killers, cercano di imitare lo stile di Garreth Evans nella costruzione delle scene d’azione e cercano inoltre di dare una certa profondità alla storia. Falliscono nel secondo intento e in parte anche nel primo. Nonostante ciò Headshot divertirà senza alcun dubbio tutti gli appassionati di film di arti marziali, grazie ai brutali combattimenti girati molto bene. C’è poco altro da dire in merito, perché Headshot non ha molto da offrire se non delle scene d’azione memorabili.

 

L’infanzia di un capo (di Brady Corbet, 2015)

 

Di questo film preferisco parlarne il meno possibile e consiglio di guardarlo a scatola chiusa, cercando di evitare trailer e recensioni.
Basta dire che L’infanzia di un capo segna l’esordio alla regia di Brady Corbet, un attore americano che ha lavorato con registi quali Michael Haneke, Lars Von Trier e Gregg Araki.
Sicuramente è stato molto influenzato da questi registi, specialmente dai primi due e più in generale dal cinema d’autore europeo.
L’infanzia di un capo è un film cupo e asfissiante, che unisce Storia e dramma personale per cercare di rappresentare uno dei più grandi mali del Novecento.

 

Jackie (di Pablo Larraín, 2016)

JackieIl regista cileno sbarca negli Stati Uniti dopo una serie di film che hanno fatto molto discutere e hanno riscosso un ottimo successo di critica. Dopo aver girato El Club nel 2015, si è occupato di ben due progetti nell’anno seguente: NerudaJackie. Il progetto ha avuto una storia travagliata: doveva essere inizialmente una serie tv, poi è stato pensato come un film da fare dirigere a Darren Aronofsky, infine ne ha preso le redini Pablo Larraín.
Jackie è un biopic lontanissimo dai classici film biografici che riscuotono tanto successo agli Oscar. Al regista non interessa idolatrare Jackie Kennedy ma presentare un personaggio complesso e analizzarlo in tutte le sue sfaccettature; lo stesso discorso vale per il presidente John F. Kennedy.
Un film importante che riesce ad andare molto oltre il punto di partenza e che dimostra come Larraín sappia destreggiarsi anche in un contesto produttivo differente da quello a cui era abituato.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

La La Land (di Damien Chazelle, 2016)

Quanto può essere difficile parlare di La La Land? Credo sia impossibile darne un parere esaustivo in poche righe e probabilmente nemmeno se lo meriterebbe.
Dunque fate poco gli scettici e non fatevi ingannare dallo scenario fiabesco, dalle musiche e dai colori: che vi piaccia o no, La La Land è in grado di annientarvi con un semplice scambio di sguardi fra i protagonisti.
Trattasi inoltre di un film che mi ha assurdamente toccato sul personale come pochi sono davvero riusciti a fare.

 

Manchester by the Sea (Kenneth Lonergan, 2016)

Casey Affleck ci regala una delle sue prove più memorabile rendendoci partecipi di un dramma intimo e personalissimo; in questo percorso di accettazione del dolore non esiste redenzione ma solo consapevolezza. Se la vita insegna che esiste la sofferenza, Manchester by the Sea ci prende per mano e passo per passo ci spiega come conviverci.

 

Message from the king (di Fabrice du Welce, 2016)

Dopo tre film immensi come Calvaire, Vinyan e Alléluia, Fabrice du Welce, un altro dei nomi più interessanti usciti negli ultimi anni, sbarca su Netflix con una produzione internazionale con attori quali Luke Evans, Chadwick Boseman e Alfred Molina.
Message from the king è un revenge movie molto particolare. Se nella prima parte potrebbe sembrare abbastanza tradizionale, andando avanti si riconosce lo stile del regista belga, che riesce a realizzare un film convincente, nonostante sia decisamente meno scioccante ed estremo rispetto alle sue opere precedenti.
Probabilmente continuerà a lavorare negli Stati Uniti, speriamo che non si perda e che continui su questa strada.

 

Shin Godzilla (di Hideaki Anno, 2016)

shin godzillaDopo il bel Godzilla di Gareth Edwards e in attesa di Godzilla: King of Monsters (previsto per il 2019), il più famoso dei mostri cinematografici torna a casa, in Giappone.
Specifichiamo subito che dietro alla macchina da presa c’è quel genio di Hideaki Anno, il creatore di Neon Genesis Evangelion; basterebbe questo per accendere l’interesse.
Shin Godzilla è la dimostrazione che certe cose dovrebbero essere lasciate a chi le ha create. Per quanto il film di Edwards fosse interessante, Anno da vita a qualcosa di incredibile: un monster movie atipico, in cui il mostro è quasi sempre in secondo piano e ciò che veramente interessa è la critica alla burocrazia Giapponese. Tra commedia, fantascienza e con poche ma efficaci scene d’azione, Shin Godzilla è sicuramente uno dei monster movie più belli degli ultimi anni, con un finale fortemente simbolico, come ci si aspetta da un’opera di Anno.

 

Silence (di Martin Scorsese, 2016)

silenceOgni film di Scorsese viene atteso come un dono divino. Del resto si parla di uno dei migliori registi in attività che, nonostante non abbia più niente da dimostrare, riesce a sorprenderci continuamente, film dopo film.
Così, a tre anni di distanza da The Wolf of Wall Street, film immenso, frainteso da molti, ma personalmente tra i migliori post 2000, il regista si dedica a qualcosa di completamente diverso, nei toni e nello stile.
Silence è un frammento fondamentale della filmografia di Scorsese che, insieme a L’ultima tentazione di Cristo e Kundun, va ad approfondire uno dei temi portanti della sua opera, a partire dai suoi primi film: la fede, la religione.
Silence è diametralmente opposto a The Wolf of Wall Street: i ritmi da slapstick vengono sostituiti da tempi estremamente dilatati, la comicità viene (quasi) totalmente eliminata.
Silence non è un film perfetto, magari non è tra i migliori di Scorsese, ma sicuramente è uno dei più sentiti e personali, un progetto portato avanti per anni e finalmente realizzato che fa comprendere meglio la poetica del regista.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Split (di M. Night Shyamalan, 2016)

splitÈ ufficiale, dopo le buone speranze date da The Visit, con Split possiamo dire con certezza che M. Night Shyamalan è tornato più forte di prima. Dopo un periodo di flop clamorosi con film di dubbio gusto quali After Earth e L’ultimo dominatore dell’aria, il regista, con l’aiuto della Blumhouse, sembra essere ritornato ai fausti del passato.
Se con The Visit Shyamalan aveva detto la sua sul genere del mockumentary, con Split cerca di inserirsi nel filone dei cinecomic, e in particolare in quello degli universi cinematografici condivisi in stile Marvel, con un film che è quanto di più lontano ci sia dal tradizionale film di supereroi. I superpoteri ci sono, volendo ben vedere, ma Shyamalan è più interessato ai lati oscuri dell’animo umano e quindi agli antieroi.
Meglio dire il meno possibile di Split, film più complicato di quello che potrebbe sembrare, tra rimandi hitchcockiani e spunti di riflessione non indifferenti.
Diamo il benvenuto al Shyamalan cinematic universe.

Per un’analisi più approfondita, qui il nostro articolo.

 

LE DELUSIONI 

Ghost in the Shell (di Rupert Sanders, 2017)

ghost in the shellUn film sbagliato, profondamente sbagliato, a cui voglio dedicare poco spazio, come del resto a tutti i film in questa sezione.
Ghost in the Shell è sbagliato perché cerca di rifare una delle più grandi opere cyberpunk di sempre, uno dei film di animazione giapponese entrati, meritatamente, nella storia del cinema.
Ovviamente, nel passaggio da Giappone a Stati Uniti, si perdono tutte le riflessioni filosofiche, dando un ruolo di primo piano all’azione. Niente di male, se non fosse stato spacciato per una sorta di remake del film di Oshii. Là dove il regista giapponese cercava di trattare le tematiche filosofiche tipiche del cyberpunk in modo profondo e complesso, Rupert sanders ha semplificato il tutto arrivando a un risultato finale che tradisce profondamente il senso del film del 1995. Riprovevole, un film che non avrebbe dovuto neanche essere pensato.

Per una recensione più approfondita, qui il nostro articolo.

 

Death Note (di Adam Wingard, 2017)

death noteCi risiamo, un adattamento occidentale di un’opera orientale. Questa volta è toccata a Death Note, manga di Tsugumi Ōba che ha già avuto diverse trasposizioni live action in giappone e che ora è sbarcata in America grazie a Netflix e Adam Wingard.
Da dove cominciare? Criticare questo film è come sparare sulla croce rossa, vista la palata di recensioni negative e di insulti che ha ricevuto.
Per farla breve, io non sono un fan del manga, quindi non mi interessa più di tanto della fedeltà alla fonte originale, se non per certe questioni veramente difficili da spiegare, per esempio: L nero, il cambio di etnia che si vede spesso ad hollywood non mi da particolarmente fastidio ma in questo caso è assolutamente sbagliato perché va a cambiare radicalmente le caratteristiche del personaggio; Light nel manga è un genio, nel film un completo idiota.
A parte queste differenze, il problema principale è la sceneggiatura, tra dialoghi di un’idiozia incomprensibile e svolte narrative che fanno domandare per tutto il corso del film cosa stiamo guardando.
Un film che rasenta il trash e che con Death Note ha in comune solo il quaderno della morte, se si fosse chiamato in un altro modo avrebbe dato meno fastidio. Dispiace per Wingard che ha dimostrato di avere talento e anche in questo caso si nota nella costruzione di certe inquadrature.

 

It (di Andrés Muschietti, 2017)

itIl film di Muschietti ha fatto parlare molto di sé, essendo l’horror che ha incassato di più da quanto esiste il cinema.
Ovviamente è un po’ una provocazione inserirlo tra i film brutti perché non siamo ai livelli degli altri in questa categoria. Il motivo è semplice: non è questo il tipo di horror che ci piace, tra il solito revival anni ’80 che ha decisamente stancato, una violenza che può sembrare spinta solo per chi ha visto film PG-13, una struttura narrativa senza capo ne coda che sembra un collage di incontri tra i protagonisti e Pennywise e un eccesso di fastidiosissimi jumpscare.
Un episodio lungo di Stranger Things, serie sopravvalutata come poche altre e fastidiosa quanto questo It, più o meno per gli stessi motivi.
Il film di Muschietti è impacchettato bene, senza dubbio, ma oltre alla confezione cosa resta?

 

SERIE TV 

Mindhunter (2017)

mindhunterLa vera sorpresa dell’anno per quanto riguarda le serie tv. Creata da Joe Penhall, già sceneggiatore del bellissimo The Road di John Hillcoat, e con David Fincher come produttore esecutivo e regista di quattro episodi su dodici.
Mindhunter si differenzia da tutte le serie poliziesche viste finora, comprese quelle tematicamente più vicine come The Mentalist, Lie to me e via dicendo.
L’impronta di Fincher si vede e saltano subito alla mente due suoi film in particolare: Zodiac e The Social Network. Come Zodiac, Mindhunter decostruisce le regole del genere, costruendo la tensione solo attorno ai dialoghi, senza quasi mai mostrare gli omicidi.
La costruzione della psicologia dei personaggi è ovviamente fenomenale, visto che su questo si basa la serie.
Il livello, sempre alto, si eleva ulteriormente nei quattro episodi diretti da Fincher (i primi due e gli ultimi due) che sono delle piccole perle da vedere e rivedere.
Mindhunter ha riscosso un ottimo successo e la seconda stagione è già confermata.

 

Sense8 (seconda stagione, 2017)

sense8 2 La serie è stata annullata, a causa dei costi eccessivi, e sarà conclusa da un film l’anno prossimo, vista l’insistente richiesta dei fan.
È una serie importante che meriterebbe un approfondimento a parte, visti i temi trattati. Le sorelle Watchowski portano avanti l’idea di interconnessione già affrontata in Cloud Atlas.
La visione delle due registe è estremamente positiva: un’interconnessione che trascende diversità etniche e sessuali, unendo persone che vivono in zone lontanissime. Come non pensare a una metafora dell’intelligenza collettiva descritta da Pierre Lévy? Del resto le Wachowski già con Matrix avevano dato prova di essere tra gli autori più interessanti per interpretare i nostri tempi.
A questo va aggiunto il messaggio di unità e fratellanza che sta alla base della serie e che, in un periodo come questo, non può che far bene.
Una serie importante che, purtroppo, non potremo vedere continuare.

 

Twin Peaks 3 (2017)

twin peaks 3Parlare di Twin Peaks in qualche riga non ha molto senso, cercare di spiegarlo sarebbe invece impossibile.
Limitiamoci a dire che David Lynch è tornato a undici anni da Inland Empire e a ventisei anni dalla fine ella seconda stagione di Twin Peaks con un’opera totale, non una serie tv né un film, qualcosa di unico e a sé stante.
Si capisce perfettamente che, a differenza delle scorse stagioni della serie, questa volta Lynch ha avuto totale libertà creativa.
Ci vorrà tanto tempo per tentare di capire tutto, forse è anche inutile tentare di farlo. La cosa sicura è che cose come l’episodio 8 le si può vedere solo grazie a Lynch.
Senza troppi giri di parole: il vero capolavoro del 2017.

 

stranger things 2Dedichiamo infine poche righe a due serie TV che ci hanno particolarmente infastidito: Tredici e Stranger Things.
Due serie ben confezionate, che non possono essere attaccate più di tanto dal punto di vista qualitativo, i problemi stanno altrove.
Stranger Things è l’emblema di questo revival anni ’80 che ha decisamente stancato, l’emblema dei tanti prodotti che puntano sull’effetto nostalgia, senza avere molto altro da dire (ogni riferimento a IT è puramente casuale). Un’operazione smaccatamente commerciale che non può che essere disprezzata, nonostante, è bene ribadirlo, sia realizzata bene.

trediciPiù complicato è il caso di Tredici, un vero e proprio evento che ha colpito tutti, dagli appassionati di cinema e serie TV agli spettatori più casuali. Una serie che vorrebbe trattare dei temi importanti come il bullismo, la depressione e l’adolescenza in senso più ampio, finendo invece per essere un accumulo di stereotipi tipicamente americani, di finto senso di colpa e di un fastidiosissimo buonismo di fondo.
Se ne sono lette di tutti i colori a riguardo e l’entusiasmo con cui è stata accolta, specialmente da un pubblico di ragazzini, è sconcertante. Perché? Perché la realtà è che Tredici non è molto di più delle migliaia di teen drama che ci sono stati propinati.
Un prodotto di una banalità sconvolgente, attorno al quale è stato costruito un caso mediatico.
La cosa che infastidisce di più poi è l’incapacità di osare veramente, nonostante i disclaimer che compaiono all’inizio di due puntate e che avvisano gli spettatori che saranno presenti delle scene di violenza sessuale.
Un prodotto spregevole che, ovviamente, avrà un seguito.
E la cosa più triste è il fatto che dietro ad alcuni episodi ci sia addirittura Gregg Araki, incredibile.

 

TOP 10 

Una menzione speciale va a Twin Peaks 3 che non abbiamo inserito in queste classifiche perché non si tratta di un film. L’opera di David Lynch è tuttavia di portata epocale ed è giusto citarla un’altra volta.
Anche L’infanzia di un capo di Brady Corbet merita di essere nominato ancora perché non sarà presente in queste classifiche a causa dell’anno di produzione (2015).

Tomàs Avila:

  1. Detroit (di Kathryn Bigelow, 2017)
  2. Blade Runner 2049 (di Denis Villeneuve, 2017)
  3. Mother! ( di Darren Aronofsky, 2017)
  4. Silence (di Martin Scorsese, 2016)
  5. Split (di M. Night Shyamalan, 2016)
  6. John Wick 2 (di Chad Stahelski, 2017)
  7. Dunkirk (di Christopher Nolan, 2017)
  8. Logan (di James Mangold, 2017) e The War- Il pianeta delle scimmie (di Matt Reeves, 2017)
  9. Jackie (di Pablo Larraín, 2016)
  10. Alien: Covenant (di Ridley Scott, 2017)

Molly Jensen:

  1. La La Land (di Damian Chazelle, 2016)
  2. Manchester by the Sea (di Kenneth Lonergan, 2016)
  3. Arrival (di Denis Villeneuve, 2016)
  4. Mother! (di Darren Aronofsky, 2017)
  5. L’inganno (di Sofia Coppola, 2017)
  6. Dunkirk (di Christopher Nolan, 2017)
  7. La ruota delle meraviglie- Wonder Wheel (di Woody Allen, 2017)
  8. Logan (di James Mangold, 2017)
  9. Blade Runner 2049 (di Denis Villeneuve, 2017)
  10. A Ghost Story (di David Lowery, 2017)

 

Per concludere questo percorso attraverso i migliori e i peggiori film dell’anno passato, ecco quello che per noi è la migliore locandina del 2017:

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