Blackstar

In Musica, Tancredi by scheggedivetro

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Dopo appena due anni e mezzo dall’uscita di The Next Day, la cui gestazione era durata un intero decennio, il Duca Bianco ha rilasciato il suo ultimo album ★, appena due giorni prima di spirare per via di un tumore maligno, contro il quale combatteva già da 18 mesi all’insaputa della stampa e dei media.
Molto si è detto nei mesi precedenti all’uscita di questo disco. I singoli Blackstar e Lazarus, i cui video musicali avevano attirato l’attenzione per la loro natura inquietante e disturbante, erano stati interpretati in diversi modi; riguardo alla prima in particolare, alcuni avevano addirittura ipotizzato che si trattasse di una sorta di previsione della sfida geopolitica imminente che il mondo occidentale avrebbe dovuto affrontare: lo scontro con il sedicente Stato Islamico. Ovviamente, il produttore Tony Visconti confutò questa tesi.

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now
(Lazarus)

Ora, col senno di poi, è abbastanza facile dare una spiegazione alle seguenti anomalie: testi spettrali e intrisi di temi quali morte e aldilà, copertina minimalista e fortemente emblematica (la prima che vede l’assenza dell’artista) e, per ultimo, la solenne venerazione, molto rara quando si tratta di nuove composizioni di artisti già pluri-consacrati, di una critica e un pubblico ancora inconsapevole del significato ultimo dell’opera.
Tramite ★ Bowie non vuole solo dare un’ulteriore testimonianza della propria vita artistica, ma fare persino della sua dipartita un’opera d’arte.
Il tema della morte, infatti, viene affrontato molto lucidamente nel corso dell’album ed essa abbracciata impavidamente una volta aver costatato con i propri occhi che il messaggio, anche se non ancora interpretato correttamente, era intanto arrivato e veniva apprezzato nella sua forma; può così lasciare la vita sapendo di aver dato un senso, una continuità e aver posto una fine dignitosa al proprio repertorio, raggiungendo infine nell’abisso Major Tom, l’astronauta protagonista indiscusso dei suoi racconti musicali, da Space Oddity ad Ashes to Ashes per arrivare, infine, a Blackstar.

Something happened on the day he died
Spirit rose a metre then stepped aside
Somebody else took his place
and bravely cried: I’m a blackstar
(Blackstar)

Non solo la natura spirituale e provvidenziale dell’album, tuttavia, costituisce la sua forza: i singoli e il disco erano già molto apprezzati prima che tutto acquisisse un senso e che il cerchio si chiudesse.
Ciò che caratterizza ★ è la novità musicale che porta all’interno della discografia di Bowie, non già perché non siano presenti in essa tentativi sperimentali egregiamente riusciti, ma perché questo sforzo non cerca di eguagliare quelle meraviglie rilasciate negli anni Settanta e, in parte, Ottanta.
Lou Reed, già caro amico del Duca Bianco, disse una volta che un vero musicista non dovrebbe mai riascoltare i propri successi del passato, per non continuare a emularli e per non risultare un “idiota auto-soddisfatto e nostalgico”.
Tenendo fede a questa logica e dopo aver ascoltato molteplici volte l’album, ritengo che Bowie non solo non abbia riascoltato quei classici del calibro di Ziggy Stardust, Heroes o Low durante la stesura dell’opera, ma che abbia addirittura dimenticato di averli incisi.
Il risultato è pazzesco e delinea nuove frontiere musicali, ispirate in parte anche da To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar (disco che Bowie aveva particolarmente apprezzato l’anno scorso) e parzialmente già introdotte alla fine di The Next Day, con la traccia Heat.

Sue, the clinic called
The x-ray’s fine
I brought you home
I just said home
(Sue (Or in a Season of Crime))

★ è un disco estremamente equilibrato nel proporre gli elementi caratterizzanti del suo sound peculiare, inserendo nei momenti più opportuni spunti di free-jazz e accompagnando i testi oscuri e allucinati con un vellutato tappeto di beat sincopato e dal sapore elettronico. Il risultato è dunque una sonorità che per 41 minuti continua ad osare senza mai sfociare nel pretenzioso e mantenendo sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore, con l’inconfondibile marchio bowiesco, che giustamente è ancora percepibile.
La tracklist è inoltre parsimoniosa nel numero di brani: sette tracce che si avvicinano molto alle sei di Station to Station, il disco che forse più, seppur lontanamente, paia ricordare. Oltre ai singoli già citati, tutte le canzoni sono egualmente efficienti nello sviluppare il sound e la tematica “metafisica” del disco, anche per via dell’interessante vocalità che intona i brani. ‘Tis a Pity She Was a Whore è un altro pezzo estremamente espressivo grazie alla brillantezza delle parti di sax, che riempiono i vuoti lasciati dai testi scarni e di tanto in tanto volgari e fanno del brano un pezzo a dir poco sfavillante, mentre Dollar Days è al contrario più delicata e sfumata.

And fool them all again and again
I’m trying to
It’s all gone wrong but on and on
The bitter nerve ends never end
I’m falling down
Don’t believe for just one second I’m forgetting you
I’m trying to
I’m dying to
(Dollar Days)

Se Girl Loves Me e Sue (Or in a Season of a Crime) tendono a seguire il filone criptico dettato dalla title-track, bisogna attendere I Can’t Give Everything Away, la traccia conclusiva, per ascoltare una ballata malinconica, stilisticamente più tradizionale, ma piacevole e liberatoria nel congedarsi con l’ascoltatore al termine di questo incredibile album, che completa una discografia ricca di successi spaziali, come Space Oddity e Starman, capolavori ambient (cfr. Warszawa e Moss Garden), hit AOR quali Rebel Rebel, e composta dal glam folkeggiante di Hunky Dory, dal plastic soul di Young Americans e dal pop di Let’s Dance, senza contare le brillanti cover di successi come Across the Universe.
Il “Camaleonte del Rock” non era solo parecchio stravagante nello scegliere i capi di vestiario da destinare ai propri alter ego, era anche un artista a tutto tondo capace di spaziare tra numerosi generi, reinventandoli e trasformandoli continuamente. Bastava un suo tocco e il modo di percepire la musica poteva considerarsi già cambiato.

Seeing more and feeling less
Saying no but meaning yes
This is all I ever meant
That’s the message that I sent
[…] I Can’t Give Everything Away

★★★★★★★★★★★★★★★★★★★★★

Non essendo particolarmente bravo a fare dediche, ma volendo comunque esprimere il mio dispiacere per la perdita subita, in qualità di appassionato di musica e da estimatore di David, condivido con tutti i lettori questo signor pezzo tratto da Take it from the Man! (1996) dei Brian Jonestown Massacre, per contraccambiare il suo saluto attraverso il medesimo mezzo: la musica.