Oscar 2016: la Miglior Regia

In Cinema, Molly Jensen, Oscar 2016, Speciali by Molly Jensen Comments

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Lenny Abrahamson per Room
Alejandro González Iñárritu per Revenant – Redivivo
Tom McCarthy per Il caso Spotlight
Adam McKay per La grande scommessa

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Il premio per la migliore regia è probabilmente uno dei massimi riconoscimenti che si possano ottenere in campo cinematografico.

L’autore, nel tentativo di portare sullo schermo un’idea, riesce, attraverso la propria marca stilistica, a mettere in luce aspetti e concetti in maniera più o meno creativa e quest’anno troviamo molte piacevoli novità, con una rosa di candidati composta da 5 registi che hanno tutti saputo dare un’impronta originale alle loro opere.

Lenny Abrahamson – Room 

Con Room, Lenny Abrahamson mette a punto una regia curata e precisa, atta a trasporre il più fedelmente possibile la vicenda tratta dalla penna di Emma Donoghue, seguendo il più delle volte – anche a livello narrativo – il punto di vista del bambino protagonista della pellicola.

Nel tentativo di risaltare una narrazione in prima persoRoom_Posterna, Abrahamson – già regista di Frank – cerca di tradurre letteralmente in immagini il mondo visto con gli occhi del piccolo protagonista, senza mai ricorrere a stratagemmi stilistici o particolari virtuosismi. Il regista tenta di restituire quanto più fedelmente una drammaticità claustrofobica e totalmente soggettiva, riuscendo sempre a far trasparire la condizione umana dei protagonisti.

In quanto a stile registico, seppur attento e senza patinature fuori luogo, quello di Abrahamson risulta in realtà fra i più deboli della cinquina, motivo per cui riteniamo che il suo Room dovrà probabilmente accontentarsi della sola vittoria della sua prima attrice, la favorita Brie Larson, come Miglior Attrice Protagonista.

Tom McCarthy – Il caso Spotlight

Il Caso Spotlight, dopo aver ottenuto il Critics Choice Award e il SAG Award per il miglior cast, si ritrova a essere uno dei favoriti a ricorrere al premio per Miglior Film.

Con una regia classica e trasparente che si presta totalmente alla narrazione, vero e proprio punto di forza della pellicola, McCarthy, alla sua quinta regia, si concede lunghe carrellate che seguono costantemente le azioni dei personaggi all’interno della redazione del Boston Globe e long take costruiti grazie a inquadrature calibrate che partendo dal particolare si espandono fino a far entrare in campo i personaggi poco alla volta.

72997-Spotlight_Poster_27x39-page-001Cercando di non rubare la scena al cast e alla forza della storia portata sullo schermo, ovvero lo scandalo della pedofilia da parte dei sacerdoti dell’Arcidiocesi di Boston, la regia assume uno stile totalmente ordinario e convenzionale.

McCarthy, anche grazie a una solida sceneggiatura che punta a raccontare senza enfatizzare, si avvale di ben pochi sensazionalismi, prestando totalmente la sua mano invisibile alla creazione di un messaggio ben strutturato nel testo e accompagnando lo spettatore nelle meticolose indagini di questo gruppo di eroi moderni che riescono a portare a galla una scomoda verità.

Adam McKay – La grande scommessa

I pronostici non vedono La grande scommessa partire come favorito fra la rosa dei candidati, ma una sua vittoria non è ancora da escludere.

Adam McKay ha sicuramente il merito di essere riuscito a p52899ortare sullo schermo una tematica piuttosto ostica e ricca di termini tecnici, trattandola in maniera non convenzionale rispetto a quanto trasposto su altre pellicole che affrontano il medesimo tema.

Attraverso una regia frenetica e ad un uso della cinepresa in continuo movimento, lo stile adottato da McKay cerca di tenere lo spettatore impegnato nella narrazione senza sfociare mai nel narcisismo stilistico, risultando uno dei punti forti della pellicola.

Il regista riesce, nonostante le possibili difficoltà derivate dall’utilizzo di terminologia fin troppo specifica, a coinvolgerci tramite efficaci e ricorrenti cambi di registro dal comico al drammatico, frequenti messe a fuoco rallentate, improvvise rotture della quarta parete e infine ricalcando con la cinepresa il nostro sguardo, dandoci l’impressione di vivere l’azione assieme ai personaggi.

George Miller – Mad Max: Fury Road

George Miller con il suo Mad Max: Fury Road sembra aver convinta unanimemente critica e pubblico: a trent’anni di distanza dall’ultimo capitolo, Miller riesuma la saga di Max Rockatansky regalandoci un meraviglioso spettacolo visivo. Servendosi di una regia frenetica che tuttavia mantiene perfettamente un suo filo logico, Mad Max è riuscito a ritagliarsi uno spazio fra i cult action del terzo millennio. Il punto di forza della regia di Miller è il tentativo di recuperare un metodo classico che mette a fuoco l’azione ponendola al centro del frame e rifacendosi ad atmosfere anni ’80 in maniera del tutto realistica, al contrario di molti action movie dell’ultimo periodo che ricorrono a trucchi digitali o tecniche come la shaky cam. Mad Max raggiunge vette di stile estreme pur rimanendo allo stesso tempo perfettamente conforme ad un prodotto action moderno, fissandone addirittura un nuovo standard.

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Ritenuto una vecchia conoscenza per l’Academy , Miller è già stato premiato per il suo Happy Feet, anche se mai come regista, e un Oscar in questa categoria sarebbe un ottimo modo per onorarlo.

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Alejandro González Iñárritu – Revenant – Redivivo

Nonostante l’impronta originale che ricorre in tutte le pellicole sopracitate, The Revenant – Redivivo di Alejandro González Iñárritu è senza dubbio la pellicola che dal punto di vista registico, assume la valenza autoriale più marcata. Nonostante il regista messicano sia forte del riconoscimento dello scorso anno, sembra non essersi adagiato sugli allori a godersi la vittoria offrendoci, anche questa volta, una regia acrobatica che vanta numerosi virtuosismi.

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Dopo una vittoria del Directors Guild Award e un Golden Globe, la pellicola che presumibilmente strapperà l’Oscar nella categoria Miglior Film, si avvale di una regia altrettanto imponente. Grazie all’uso di una stedycam che si fa personaggio invisibile nel seguire a stretto contatto i protagonisti, Iñárritu si concede moltissimi piani sequenza ai quali ci aveva già largamente abituato con il suo precedente Birdman, confezionando in questo modo una pellicola di incredibile fattura che cerca volutamente di eccedere in realismo.

Proponendo sequenze da antologia e lasciando spesso la parola alla sola natura, l’ambizione del regista nel voler creare immagini estreme tramite l’abbondanza di virtuosismi tende tuttavia a soffocare e appesantire la narrazione, risultando in una regia a tratti fine a sé stessa.

Per critica e pubblico Iñárritu e il suo The Revenant sembrano essere già sul podio dei vincitori ma chi sa che quest’edizione non riservi qualche piacevole sorpresa. Dopo aver trionfato lo scorso anno con Birdman infatti, il regista messicano sembra essere vicinissimo a coronare un primato finora appartenuto solo a John Ford e Joseph L. Mankiewicz, diventando così il terzo regista premiato dall’Academy con due premi consecutivi per la regia.

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Per il momento, non ci resta che attendere la kermesse degli Oscar, che si terrà la notte del 29 febbraio.

Scritto da: Molly Jensen